Sport in prosa. La Terza Categoria raccontata da Giuseppe Franza: “Cagliosa, il mio romanzo sul calcio napoletano”

Scrivere di sport, scrivere lo sport non è arte facile. Per lo più lo sport si vive, guardandolo. Eppure c’è chi ci ha provato e chi ha deciso di raccontare se stesso tra le pagine di un libro. Uno sportivo, per intenderci, che per un motivo o un altro ha deciso di aprirsi in parole combinate cercando di affascinare e catturare il lettore. Sport in prosa, la nostra nuova rubrica è nata proprio per questo, allo scopo di suggerire libri che trattano di sport per chi ha voglia di affondare le proprio ore e la propria mente disegnando le immagini descritte dalle parole, per niente morte, che si raggruppano tra le righe dell’autore.

Per esordire abbiamo deciso di raccontare Cagliosa di Giuseppe Franza scrittore napoletano che vive a Roma. Un libro fresco, pubblicato nel 2019 e che affonda la sua trama nella realtà sportiva nostrana, la Terza Categoria Campana.

“Il romanzo è nato a tempo perso, cioè per gioco, in treno, sulla tratta Roma – Napoli, che percorro più volte al mese per tornare alla mia famiglia di origine -racconta ai nostri microfoni Giuseppe Franza- All’inizio c’era il desiderio di scrivere della periferia napoletana, il luogo dove sono nato e cresciuto, senza però esprimere condanne o azzardare inutili analisi sull’ineffabile spirito della gente che abita in posti così. A partire dalla previsione della delusione che, per mio carattere, sarebbe di sicuro scaturita dal firmare un romanzo, mi ero imposto di non pubblicare mai una pagina a mio nome. Quindi pensavo che la bozza di “Cagliosa” sarebbe stata dimenticata o eliminata, come è capitato a tutte le altre cose che avevo cominciato a scrivere in passato. Non so spiegare il perché, ma mi sono accorto che non riuscivo a staccarmi da quella storia. Ho sospettato che se non avessi chiuso il romanzo in modo definitivo, avrei continuato a lavorarci su per sempre. Il che oltre che da pazzi è anche un modo sicuro per rovinare quel poco di buono che si è potuto inventare. E allora l’ho mandato a qualche piccolo editore che stimavo, per vedere come lo avrebbero potuto giudicare. Ed è uscito «Cagliosa»”

Cagliosa, che nel gergo napoletano ha un significato emblematico in questo libro, un termine insito nella lingua partenopea che assume due diverse definizioni, quella calcistica, figurativa, e quella letterale, colpo potente: “Il romanzo parla del calcio delle serie minori giocato nella provincia napoletana, e il termine cagliosa mi è sembrato quello più adatto a sottolineare la specificità territoriale e culturale del testo e a richiamare la dimensione sguaiata, gioiosa, assoluta e violenta che il pallone sa conquistare a Napoli e provincia”.

La Terza Categoria, un campionato provinciale, quello napoletano nella fattispecie. Una squadra che rappresenta un quartiere difficile, quello di Ponticelli. Il Rione Incis Club, radicato nella territorialità di Ponticelli. Il romanzo si apre con la descrizione di Giovanni Croce, della sua vita, che pian piano viene raccontata nel corso delle pagine. Croce, detto Vangò, da Van Gogh, è il protagonista intorno a cui si sviluppa l’intero racconto: “Vangò è un personaggio contraddittorio, un’anima indefinita, che subisce deterministicamente il quartiere in cui vive senza lamentarsene troppo e che, pur volendo, non riesce a esprimere con chiarezza la sua identità autonoma. Non è personaggio ispirato a qualcuno che conosco. Cioè: conosco un mucchio di gente ben radicata nell’humus della vita di strada, adattata e adatta a certi disagi, e poi conosco quelli che hanno rifiutato o sconfessato la realtà dominante, per evolversi o emanciparsi da certe brutture. Vangò sta in bilico tra queste due situazioni. È più che altro una sintesi arresa tra l’insoddisfatto e il cinico. È un ignorante, e non è contento di esserlo, ma non ha la voglia né il coraggio di migliorarsi, perché sa che un tentativo del genere sarebbe interpretato come un sintomo di debolezza dagli altri, che invece riescono a sopravvivere benissimo così come sono e là dove stanno”.

Particolarità del romanzo è il linguaggio utilizzato da Franza. Audace, frizzante, particolare. Un libro fluido che nel quale convivono l’italiano e il napoletano: “I personaggi dovevano parlare e ragionare in napoletano, per essere attinenti al vero. Sono partito da lì. Il napoletano poi ha contaminato anche molte sezioni della narrazione pura. Ne è uscita fuori una lingua inquinata, che mi ha aiutato molto in termini di tono e di colore, specie quando dovevo trattare situazioni e sentimenti che esprimono la loro pienezza di significato solo in dialetto. So che molte espressioni potranno risultare oscure, perché strappate al parlato o troppo impure… Il fatto è che per raccontare certe cose mi è sembrato più onesto e funzionale adeguarmi alle forme dello slang napoletano, alla cadenza triviale e alla forza di determinati verbi o vocaboli che tradotti in italiano perdono incisività”.

Per chi bazzica il calcio dilettantistico campano sembra semplice ritrovarsi in alcuni riferimenti vagamente conosciuti, come se lo stesso autore si fosse soffermato a studiare la categoria e l’intero movimento calcistico regionale e provinciale. Riferimenti, in realtà, che si rivelano casuali: “Non ho mai giocato in un campionato istituzionalizzato, ma ho giocato per strada. E ho usato molti di quei ricordi di partite interminabili, che sfociavano spesso nell’ostilità e nella brutalità, per ricostruire un torneo immaginario. Nella fattispecie, volevo raccontare le partite del campionato più basso e vile del calcio italiano. Ho letto poi un po’ di fatti di cronaca legati ai tafferugli, alle squalifiche e alle risse che ciclicamente si verificano durante le sfide nei campetti di provincia. È stato divertente”.

Dettagli scrupolosi, sinonimo di una conoscenza profonda della realtà del calcio “triviale” eppure il rapporto tra Franza e il calcio non è poi così stretto: “Il calcio mi piace, ma non sono mai stato un fanatico. Allo stadio sarò stato due volte in vita mia, e non ne conservo un bel ricordo. Rispetto al calcio dilettantistico, devo dire che un po’ mi inquieta. I calciatori e i tifosi ci mettono la massima foga, si disperano, si accaniscono, senza rendersi conto di trovarsi in un contesto che di fatto è amatoriale. Sono come cavalieri in guerra con le armature di cartone che si ammazzano per il dominio di una pozzanghera. Gli stessi dettagli, spesso incomprensibili, che mi spaventano riescono anche ad affascinarmi. Nel gioco del calcio spira quasi sempre un lontano senso di trascendenza: i calciatori lottano senza risparmiarsi come se stessero giocando la finale di Champions League. La vittoria diventa l’unica cosa importante, e tutto ciò che c’è intorno scompare. Anche se si sta giocando nel più triste campetto di periferia e davanti a dieci spettatori, in quei novanta minuti va in scena un canto di un poema epico, con eroi, antagonisti, topos, sfide nella sfida”.

Stop e quarantena: “Come vivo lo stop del calcio? Bene. Ci sono cento motivi validi perché il calcio si fermasse, e non ne trovo nemmeno uno per cui dovesse andare avanti”.