Marco Cirillo, il bomber che il Sud non ha mai dimenticato

Duecento gol. Più di duecento, per essere precisi. Sparsi tra stadi di provincia, trasferte in pullman, domeniche di pioggia e pomeriggi di sole cocente. Marco Cirillo li ha segnati uno per uno, in quindici anni di carriera tra la Serie C e la Serie D, diventando uno dei centravanti più prolifici del calcio italiano di categoria tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2010. Chiedete a un tifoso del Foligno, del Siracusa o del Monterotondo chi fosse Marco Cirillo: vi risponderanno senza esitare.

Il centravanti da 1,88 m cresciuto all’ombra del Vesuvio

Boscotrecase, provincia di Napoli, 16 marzo 1977. È qui che nasce Marco Massimiliano Cirillo, in un territorio dove il calcio non è uno sport ma una religione. Cresce con il profilo fisico che ogni allenatore vorrebbe in attacco: un metro e ottantotto di statura, struttura possente, dominante nel gioco aereo e micidiale in area di rigore.

Non è un trequartista da assist, non è un ala veloce. È un numero 9 puro, di quelli che sanno fare una cosa sola — ma la sanno fare meglio di chiunque altro: segnare.

Tre volte capocannoniere in Serie D: una rarità assoluta

Il palcoscenico preferito di Cirillo è la Serie D, il quarto livello del calcio italiano, dove si gioca con fame vera e dove i bomber di razza fanno la differenza ogni settimana. E lui, in quella categoria, ha scritto pagine difficili da eguagliare.

Con il Foligno domina la classifica marcatori con 26 reti, trascinando la squadra alla vittoria del campionato. Con il Siracusa segna 23 volte. Con il Monterotondo torna a fare il bello e il cattivo tempo sotto porta: 24 gol e un altro titolo di campione. Tre volte capocannoniere, tre maglie diverse, tre piazze che ancora oggi lo ricordano con affetto.

Un record che pochi attaccanti, a qualsiasi livello, possono vantare.

In Serie C dimostra di potersela giocare anche tra i professionisti

Cirillo non è solo un bomber da dilettanti. In Serie C — tra C1 e C2 — dimostra di avere i mezzi per stare tra i professionisti. Con il Gela mette a segno 14 gol, con la Juve Stabia ne realizza 10. Veste anche la maglia del Pisa e della Palmese, accumulando un bagaglio di esperienza che arricchisce la sua già considerevole carriera.

I numeri parlano chiaro: Cirillo non è un giocatore da terzo tempo e qualche rete di fortuna. È un attaccante che, a qualsiasi livello si trovi, trova il modo di finire sul tabellino.

Il giro del Sud: da Milazzo a Ragusa, dalla Puteolana a Nuoro

C’è un filo rosso che attraversa tutta la sua carriera: il Mezzogiorno. Cirillo sembra fatto apposta per le piazze calde del Sud, quelle dove il tifo è viscerale, dove ogni gol vale doppio e ogni sconfitta brucia il doppio.

A Milazzo segna 22 reti. A Ragusa ne mette dentro 15 e si porta a casa anche una promozione. Alla Puteolana, nel suo Napoletano, realizza 14 gol. Ancora: Nocerina, Licata, Nuorese, Igea Virtus. Una mappa che coincide quasi perfettamente con la geografia del calcio popolare italiano, quello che si gioca lontano dalle tv nazionali ma davanti a curve che non hanno nulla da invidiare a quelle della massima serie.

Il ritiro nel 2012: fine di un’era

Nell’estate del 2012, Marco Cirillo appende gli scarpini al chiodo. Ha 35 anni e più di 200 gol in carriera. Se ne va in punta di piedi, senza conferenze stampa né tributi sui giornali nazionali — com’era arrivato, in fondo.

Lascia il ricordo di un centravanti d’altri tempi: fisico, concreto, implacabile. Uno di quelli che non mollano mai il pallone, che si fanno saltare addosso dai difensori e continuano a lottare fino all’ultimo minuto. Un trascinatore, nel senso più autentico del termine.

Il calcio italiano di categoria è pieno di storie così: storie minori solo per chi le guarda da fuori. Per chi c’era — in tribuna, in curva, sugli spalti di qualche stadio di provincia — Marco Cirillo era semplicemente il loro bomber. E questo, per lui, valeva tutto.