Fino a qualche anno fa, quello italiano era considerato il campionato più bello del Mondo. Maradona, Zico, Falcao, Platini, poi i vari Batistuta, Baggio, Del Piero, Totti, Zidane, una belle epoque arrivata al tramonto poco meno di dieci anni fa (in concomitanza con lo scandalo calciopoli e la vittoria mundial), poi la grande Inter di Mancini e Mourinho e poco più. Anni bui, fatti di esodi di campioni e poche vittorie a livello internazionale, unica eccezione la revenge milanista sul Liverpool (ma parliamo di più di sei anni fa) e il triplete mourinhano del 2010. Colpa della crisi, certo, ma anche di un sistema vecchio, non propriamente al passo coi tempi.
Ad oggi, campionati storicamente poco più che modesti come quello francese o quello tedesco (per non parlare dei competitors storici di Spagna ed Inghilterra) riescono ad avere maggior aplomb di quello italiano, vedi i vari Ibra, Cavani e compagnia cantando, attratti dal fascino e dai milioni della Ligue1. Ma la colpa di chi è? Stadi obsoleti e semi-vuoti, sicurezza non al top per papabili famiglie-tifose e pochi fondi da investire nelle infrastrutture: il nostro calcio è malato. Mentre in BundesLiga si registrano in media 30.000 spettatori a domenica, in Serie A la media è quasi dimezzata, nonostante Juventus, Napoli e le milanesi.
Mentre la Juventus fa da mosca bianca grazie al suo impianto privato ed extra-confortevole (nonché senza barriere), le altre stanno a guardare. A Napoli, dove per antonomasia tutto ha ritmi epicurei (tradotto, le cose vanno sempre abbastanza a rilento), si prova a cantare fuori dal coro, imitando gli odiati (sportivamente parlando) juventini.
Ma qui a Napoli il ritmo è epicureo, ahinoi, non dimentichiamolo. Una squadra Champions capace, nonostante le manchevolezze sopraelencate rigorosamente made in Italy, di attrarre 35.000 spettatori al San Paolo per una gara Primavera (ci riferiamo allo scorso maggio, finale di Primavera Tim Cup proprio con la Juve) non può mostrarsi al Mondo in una casa obsoleta, vecchia, non a norma. Il buon vecchio San Paolo ha bisogno di una sistemata. Importante il punto di vista del patron De Laurentiis, che qualche mese fa ha “minacciato” gli organi comunali di spostare le gare europee del suo, ma soprattutto nostro, “Ciucciariello azzurro” al Barbera di Palermo, da Fuorigrotta alla Favorita. I motivi erano noti: c’era un diktat UEFA da rispettare e, per quanto epicurei nei ritmi, la paura di giocare lontano da casa ha fatto “90” e cos√¨ la licenza è arrivata ed i lavori epidermici (barriere e servizi igienici) ultimati.
Ma qui a Napoli il ritmo è epicureo, ahinoi, non dimentichiamolo. Una squadra Champions capace, nonostante le manchevolezze sopraelencate rigorosamente made in Italy, di attrarre 35.000 spettatori al San Paolo per una gara Primavera (ci riferiamo allo scorso maggio, finale di Primavera Tim Cup proprio con la Juve) non può mostrarsi al Mondo in una casa obsoleta, vecchia, non a norma. Il buon vecchio San Paolo ha bisogno di una sistemata. Importante il punto di vista del patron De Laurentiis, che qualche mese fa ha “minacciato” gli organi comunali di spostare le gare europee del suo, ma soprattutto nostro, “Ciucciariello azzurro” al Barbera di Palermo, da Fuorigrotta alla Favorita. I motivi erano noti: c’era un diktat UEFA da rispettare e, per quanto epicurei nei ritmi, la paura di giocare lontano da casa ha fatto “90” e cos√¨ la licenza è arrivata ed i lavori epidermici (barriere e servizi igienici) ultimati.
Ma oggi, 27 agosto, a che punto siamo? La trattativa, ergo braccio di ferro, è in corso: mentre il sindaco De Magistris parla (e, a dir la verità lo fa dallo scorso aprile) di una cordata di imprenditori per mettere a nuovo l’impianto di Fuorigrotta, imprenditori che non ancora hanno un volto; il patron De Laurentiis si cruccia per i troppi ostacoli nel percorso tra la realtà del suo Napoli ed i suoi sogni imprenditoriali. Una domanda sorge spontanea: se la Juventus può avere un suo stadio di proprietà con tutti i benefici del caso, perch√© non lasciar fare anche al buon Aurelio? Perch√© invece del mostro da 60.000 spettatori scomodi, non si può avere un gioiellino su modello anglosassone? Perch√© siamo epicurei e ci torna la zappa sui piedi.
Una torta troppo piccola e troppe fette da fare: questo il vero problema. Sfatata l’utopia dello Stadio di proprietà (non s’era escluso di spostare il San Paolo da Fuorigrotta a zone ancora inesplorate calcisticamente parlando) si sta mediando per una nuova way out: la concessione dell’impianto (che quindi resterà in casa base) alla Società Sportiva Calcio Napoli per i prossimi 99 anni. Mera formalità. Con il 2014 alle porte (ebbene s√¨, siamo ampiamente nel terzo millennio) ed il Napoli fiore all’occhiello della Città davanti agli occhi del mondo, c’è bisogno di tanti miglioramenti. De Laurentiis docet.
E allora via pista d’atletica, via coperture non a norma, via quell’inutile dislivello del terreno di gioco rispetto agli spalti che altro non fa che peggiorare la visuale. Shop, ristoranti, poltroncine comode ed una bolgia studiata per essere tale (ad oggi lo diventa solo grazie alla verve dei supporters napoletani): perch√© non fungere da esempio? I fatturati delle squadre più importanti d’Europa, d’altronde, parlano chiaro: la maggior fonte di guadagno dev’essere il supporto domenicale (e del mercoled√¨, non dimentichiamoci dove siamo arrivati) ed il marketing ufficiale legato ad esso. In Italia oltre agli introiti delle TV, i guadagni sono minimi. C’è bisogno di cambiare, c’è bisogno di miglioria: non lasciamoci scappare la passione e le idee di uno come Aurelio De Laurentiis. De Magistris è avvisato: il bene di Napoli può passare anche per il Napoli.




