Qui Pomigliano. Un sogno chiamato lungimiranza, quando l’occhio lungo paga

Quando s’incontra la storia, molto spesso, si corre il rischio di non capire la reale importanza delle cose. E quando la storia concerne il calcio, la più importante delle frivolezze secondo molti adepti, si finisce col non assaporare la vera entità di quanto compiuto. Per una società giovane sotto ogni punto di vista, proprio come il Pomigliano Calcio, essere arrivati in finale di coppa Italia rappresenta un traguardo storico (e scusate la banalità), unico nel suo genere. Il day after il passaggio del turno, a questo punto, non può che essere di bilanci, ovviamente positivi.

Il Pomigliano, nato nel 1920, e che nel dopo guerra, sotto lo pseudonimo di “Sagittario” (chiaro riferimento all’Alfa, fonte del benessere pomiglianese nel boom dei ’50) ha toccato la “C” (ma era un altro calcio), mai, prima di ieri, era riuscito ad arrivare cos√¨ in alto. Dopo i fallimenti di inizio anni ‘2000 ed il ritorno in D, la piazza ha visto susseguirsi squadre e staff tecnici di prima fascia per la categoria. Il problema è che non si è mai vinto nulla. Il punto più alto, targato dirigenza Romano, lo si è toccato quando, 4 stagioni fa, Alessio D’Imporzano (fantastico mediano cresciuto nell’Udinese di Muzzi ed Amoroso) e compagni si qualificarono al triangolare finale della poule playoff, arrendendosi al gruppo di ferro composto, oltre che dal Pomi, da Rimini (due anni prima in B) e Saint Christoper, compagine valdostana. Un bel traguardo, per l’amor di Dio. Poi tanti sogni, ambizioni, squadre da vertice che, sistematicamente, nonostante grandi gratificazioni (le vittorie con la Nocerina o la Salernitana) si ritrovavano sempre ad arrendersi alla regina del campionato di turno.

Quest’anno il Pomigliano non è una squadra da vertice, o meglio, non è una squadra da torneo lungo come può essere un campionato. Il magico, pazzo Pomi è, come tutti i collettivi composti sulla base della follia sportiva, un team da gara secca, da torneo breve, da emozione live. Classifiche alla mano, infatti, i ragazzi di Seno non stanno entusiasmando di domenica in domenica. La squadra è buona: ci sono Rea, Varriale, Oretti, Suriano, Esposito, under di valore come i portieri Caliendo e Di Costanzo o il baby bomber Jack Romano, ma, alla lunga, le varie Savoia, Akragas, Torrecuso, Agropoli e Battipagliese, hanno dimostrato di avere una rosa più incline alla continuità.

In coppa, però, è tutta un’altra musica. Anche se, proprio come qualche anno fa, non si è ancora vinto nulla, il Pomigliano si è dimostrato all’altezza di portare la coppa, attualmente della Turris, da Torre ai piedi del monte Somma. Da poche ore, poi, si conosce anche l’avversario: il Pontisola, compagine piacentina nata dalle ceneri del grande Piacenza e dalla lungimiranza della società locale. I romagnoli sembrano squadra alla portata di Oretti e compagni, ma, ovviamente meritano rispetto.

Ora come ora è però d’obbligo, anche qualora le cose (facendo i debiti scongiuri) dovessero mettere su binari ‘sbagliati’, tessere le lodi di una società ed una squadra che hanno risposto sul campo a critiche e varie distorsioni di nasi. Pipola è nel calcio da due anni ed ha coltivato molto, con investimenti economici e (data forse la poca esperienza nel settore) nervosi. E’ riuscito ad avere ragione su chi, ad inizio anno, gli intimava di cambiare la guida tecnica dopo cinque KO consecutivi. Ha allestito, con Seno ed i responsabili dello staff tecnico, vedi Carmine Buonaiuto, un settore giovanile (specie gli allievi) che profuma di lungimiranza e qualità, riuscendo ad andare contro corrente rispetto alla solita teoria tipicamente di quarta serie del “vivere giorno dopo giorno”. Lo stesso Seno, con l’aplomb e la calma mista a consapevolezza di chi sa di lavorare bene, è riuscito ad andare oltre le critiche, aiutato anche da un mercato di riparazione che ha portato i vari Oretti, Suriano, Esposito e Fregola.

Inutile sviolinare, adesso salire sul carro è facile. L’importante è che Pomigliano, piazza viva e a volte difficile, abbia ciò che si merita. Una squadra-vessillo, una realtà sportiva sana ed ambiziosa, un motivo per esultare. Auguri, granata. E se pure dovesse andare male, vietato spezzare questa splendida realtà.

A cura di Mirko Panico