Qui Napoli. Non solo bel calcio, gli azzurri sanno anche vincere soffrendo

Non solo bel calcio e tiki-taka, quando c’è da ricordarsi del caro, vecchio gioco “all’italiana”, il Napoli-Napoles di Benitez, si è dimostrato in grado di ricordare le sue radici. Che si giochi all’iberica o al sapor di tricolore, cambia poco: l’importante è vincere e il Napoli, in casa di uno degli avversari più temibili (e spagnoleggianti) della Serie A, ci è riuscito. Grazie Calvarese per qualche svista (ma non dimentichiamo che anche il rigore su Savic non pareva cos√¨ solare) ma nulla da eccepire sulla prestazione degli azzurri, nonostante lo stato di forma non eccellente di qualche elemento (su tutti Higuain, che ha dimostrato di poter giocare anche da fermo, col destro che si ritrova) ed il clever-turnover. Il Napoli c’è, in tutta la sua rosa. I frutti del lavoro (specie mentale) del buon Rafa Benitez sta cominciando a dare i suoi frutti.

Una gara “atipica” – Per certi tratti, è sembrato vedere il Napoli di Mazzarri, la differenza, però, è stata nella cospicuità delle ripartenze, giostrate da più uomini (e non dai soli Hamsik, Lavezzi o Cavani) e soprattutto condite da una qualità tutta ispanica. La stessa qualità, segnale quantomai incoraggiante, è diventata poi quantità quando c’era da arginare l’evidentemente estrosa ed imprevedibile (specie nei colpi di Cuadrado) manovra offensiva viola. La fase difensiva, tallone d’Achille della Benitez-band, è sembrato ieri sera punto forte del suo undici. Certo, gli episodi hanno forse aiutato, ma la dea bendata sceglie a caso i suoi amanti, vedi la gara di Roma dove gli azzurri, senza sfigurare, uscirono dall’Olimpico con 0 punti e due calci piazzati (griffati da quello str…o di Cannavaro, per usare una celebre citazione).
Bravo, cuscino! – Il guanciale di Benitez, ormai, è uno dei punti cardine di questo Napoli, una delle certezze per tutto l’ambiente. Il confidente del tecnico spagnolo, scientifico come pochi nei suoi consigli, sta vivendo un magic moment. Merito di spiccate qualità tecnico-tattiche, che non prescindono dalla bonarietà fisica degli elementi da ‘consigliare’, ma merito anche e soprattutto degli interpreti stessi, giocatori di qualità e quantità che remano tutti nello stesso verso: la vittoria.
Lo zoccolo iberico – Prendi tre campioni made in Spain, e l’annesso bagaglio tecnico che ne concerne, collocali nel cuore del gioco azzurro ed “italianizzali” per quanto possibile. Risultato? Reina fa il fenomeno tra i pali, Albiol guida la difesa come un condottiero delle legione Fenix e Josè Maria Callejon segna, copre, cuce e riparte. Il tutto, logicamente, va però mescolato da un altro spagnolo DOC, quel Don Rafè tanto bistrattato dalla nostra ‘A’ nell’anno interista del dopo-triplete. Parlare di scudetto è d’obbligo, avere delle certezze a riguardo è masochismo, appurare che il Napoli c’è, è puro realismo. Se il Napoli fa il Napoli ce n’è per pochi. Che si tratti di usare sciabola o fioretto, il succo non cambia.
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