Protesta sociale e Osimehn. L’ultimo caso di uno sportivo impegnato

Lo sport quel dannato! Quante volte, specie negli ultimi tempi, sentiamo parlare di una pratica non essenziale. Sport equivale a business, se ne può fare a meno. Lo sport a tratti è anche diseducativo, falso specchio di una società che non c’è. Eppure in quel mare di soldi, in quella visibilità da capogiro c’è chi si impegna, socialmente e politicamente. Ultimo caso è quello che ha coinvolto il nigeriano Victori Osimhen attaccante del Napoli.

Il nuovo arrivato all’ombra del Vesuvio, dopo il primo gol in maglia azzurra ha esultato mostrando una maglia bianca con su scritto #EndPoliceBrutality in Nigeria. Una battaglia che si sta combattendo anche oltreoceano, nelle strade e negli impianti sportivi americani, dove già da questa estate, in seguito agli omicidi di George Floyd e di Jacob Blake, sia le associazioni legate al #BlackLifeMatter e gli sportivi si sono mobilitati in diversi modi.

Una storia vecchia quanto il mondo a cui fa solo eco Osimehn, ma che non sminuisce certamente l’impegno sociale del giovane centravanti.

DALLE BLACK PANTHERS AI BLACK LIFE MATTER – Come detto la presa di posizione di Osimehn non è la prima, ma probabilmente non sarà neanche l’ultima. Cambia la destinazione, ma non cambia certamente il contenuto. La brutalità della polizia. Dall’America alla Nigeria, il succo non cambia. Probabilmente cambiano le motivazioni. Negli States, infatti, la lotta contro gli abusi di potere delle autorità parte già dagli anni ’60, quando ancora non esisteva la parità di diritti in tutto lo stato americano. Nonostante, però, negli anni si sia emandata la Costituzione (un nero vale due quinti di un bianco, ndr) non è cambiata in tutti la percezione dell’uguaglianza. Allora il pugno al cielo con il guanto di Tommie Smith e John Carlos, emulato da Gwen Berry, la corsa senza scarpe di Abebe Bikita sono state battaglie che hanno iniziato alla protesta sportiva, ma che in fondo non ha cambiato molto la situazione. Si è continuato a lottare, da soli o in gruppo, come LeBron James, sempre in prima linea, che nel 2014 si era mostrato con la maglia bianca “I can’t breath” a riecheggiare quell’urlo disperato di tutte le vittime fermato con un ginocchio o un manganello sul collo. Ci ha provato nello stesso anno anche Aryana Smith in una competizione studentesca, quando si è stesa per quattro minuti in terra durante l’intonazione dell’inno americano. Ci hanno provato anche tutti gli sportivi di baseball, di basket, di calcio della nazione a stelle e strisce non presentandosi sul campo durante i play-off costringendo le federazioni al rinvio di massa. A pagare maggiormente, però, sono stati nel ’68 Peter Normann, sul podio delle Olimpiadi con la coccarda dell’organizzazione dei diritti dell’uomo, e dopo di lui Colin Kaepernick. Quest’ultimo ha aperto alla strada dell’inginocchiamento durante l’inno, imitato da tanti, come il nostrano Marcus Thuram.

APPARTENENZA E PATRIOTTISMO – Le battaglie si vestono di diversi colori. Da quella contro la brutalità della polizia alla voglia di sentirsi rispettato per la propria appartenenza. Anche questo tipo di battaglie sono state importanti nel corso della storia dello sport. Battaglie arrivate sui campi da calcio, sul parquet. Una forma di razzismo? Probabile ma intanto, c’è stato chi anche silenziosamente la propria voce l’ha fatta sentire. Un problema, per lo più, di tempi non proprio recenti, quando ancora l’Inghilterra era sovrana dell’Irlanda e allora Peter O’Connor si è arrampicato sull’asta per cambiare la bandiera nazionale, da quella britannica a quella irlandese. Il riconoscimento di un diritto che sembra quasi scontato, ora, ma che ai tempi è stata una sanguinosa rivolta. Come O’Connor anche Kortobarria e Iribar, che scesero in campo, nel 1976, brandendo la bandiera basca come fosse un’arma. Una bandiera che era stata bandita da Francisco Franco. Senso di appartenenza anche nelle Olimpiadi di Corea, quando gli atleti della Corea del Nord si sono uniti a quelli della Corea del Sud, marciando in insieme e stringendo il vessillo della Corea unita. Più recente le prese di posizione del Barcelona e dell’Athletic Bilbao, proprio in occasione del referendum per l’indipendenza della Catalogna. Il club blugrana ha espresso la sua solidarietà ai manifestanti arrestati dalla polizia iberica. Il secondo si è unito alla battaglia, nell’ideale di indipendenza, una lotta continua e senza fine che vede protagonisti proprio i baschi.

LOTTE UMANITARIE VERSO I MIGRANTI – Un problema sempre attuale, che va diffondendosi in ogni zona del mondo, in particolare dall’Africa verso l’Europa, dall’Asia Mediorientale alla Turchia o all’Europa, dall’America centromeridionale al Nord America. Fughe da guerre, oppressione, fame e disastri naturali. Temi che stanno attualmente scolpendo le politiche estere di tutti i Paesi Occidentali in un modo o nell’altro. Le prime protesta, però, per le leggi sulla migrazione Sono arrivate dall’America, dove i Phoenix Suns nel 2010 si presentarono in campo con la maglia della squadra rinominata Los Suns, per mostrare la propria solidarietà a tutti i centroamericani in Texas e non solo. Un’altra protesta per le stragi dei migranti è più recente. Risale al 2016, quando in Grecia i calciatori dell’Ael Larissa e dell’Acharkinos sono rimasti seduti per due minuti in segno di protesta.

RAZZISMO, TERRORISMO E LOTTE POLITICHE – I temi che toccano gli sportivi sono tanti. Il razzismo è quello che maggiormente richiede impegno e lo ottiene. Già infatti le proteste dei Black Life Matter è una sorta di battaglia che si combatte contro il potere delle autorità, ma anche contro il razzismo di queste nei confronti nei neri. Il reale problema, però, è che non solo nella polizia ci sono comportamenti che riportano al razzismo, ma anche da parte di persone comuni o semplicemente dirigenti di alcune squadre. Anche in questo caso, molto è stato fatto, ma poco si è risolto. Dalla forza di schierare in campo Jackie Robinson, a cui si affiancarono i compagni, negli anni in cui ancora esisteva la segregazione in America e agiva il Klu Klux Klan, fino alla presa di posizione dei Las Angeles Clippers nel 2014 nei confronti del co proprietario della squadra, di messaggi ne sono stati mandati. Dalla coccarda di Normann, dalla maglia al contrario per non mostrare il logo, passando poi per lo schieramento di otto dodicesimi di calciatori di colore nella nazionale di Basket (Dream Team, ndr). Altro tema importante è quello che riguarda la lotta al terrorismo, certamente un problema attuale e non a caso le manifestazioni più forti sono arrivate proprio in seguito agli attentati degli ultimi anni. In questa battaglia si sono espresse Elisa Di Francisca premiata mentre mostrava la bandiera dell’Unione Europea, e Fernando Alvarez, che ai Mondiali master di nuoto di Budapest ha ritardato il tuffo per la protesta contro l’organizzazione che aveva rifiutato il minuto di silenzio nei confronti delle vittime dell’attentato di Barcelona. Una vicenda politica più che religiosa e sociale. Come questa c’è anche la presa di posizione non appoggiata dei calciatori della nazionale turca che con un saluto militare hanno manifestato l’appoggio ad Erdoghan nell’attacco ai curdi. Come loro, fu molto discusso anche il gesto di Milorad Cavic, salito sul podio con una bandiera che recitava Kossovo is Serbia. Questioni politiche più lontane nel tempo, furono quella di Bruno Neri partigiano e calciatore che all’inaugurazione dell’attuale Artemio Franchi non si unì al consueto saluto fascista. Alla fine degli anni ’70 un altro italiano si è mosso contro la dittatura, non nel Bel Paese, ma in Cile, si tratta di Augusto Pinochet, contro cui Adriano Panatta vestì una maglia rossa nella finale di Coppa Davis che si giocò proprio a Santiago. Sempre contro lo statista cileno si oppose Humberto Caszelm che rifiutò di stringergli la mano come consueto saluto dei vertici politici agli atleti vincitori.