Pomigliano-Hinterreggio. Ci mancava solo questa: cronaca di un match mai visto

Fischio d’inizio previsto per le 14.30. L’arbitro mette in mostra una puntualità svizzera nel dare il via alle danze: sono fuori il campo Barassi (Secondigliano) da circa cinque minuti, aspetto qualcuno che, da dentro, mi consenta di entrare a fare il mio lavoro. A pochi metri da me, oltre il cancellone verde che separa il campo dalle abitazioni, i ventidue calciatori corrono, si dimenano: è il loro mestiere.

14.34 Un collega ed io, sprezzanti della lentezza di chi doveva accompagnarci in tribuna stampa (ho i miei dubbi esistesse una “fetta” di spalti tale da essere definita in questo modo ma, comunque, andiamo avanti) sentiamo un piccolo boato. Chissà chi ha fatto gol, Panico mi dicono, su rigore. Bene. Che scocciatura essermi perso una rete, il giornalista vive di notizie e, come può ben sapere ogni persona, il gol sta alla partita di calcio un po’ come la ciliegina sta alla torta. Pazienza, me lo farò raccontare da qualcuno che, e per fortuna o altri arcani che manco immagino, è riuscito ad entrare prima di me (magari qualcuno della dirigenza, o il mio amico Aliperta, che gioca nell’Hinterreggio).

Busso più forte, forse un pò seccato. Un energumeno, accompagnato da uno spazientito signore in giubbino grigio, apre. Sembra infervorato. “Che tiene a sbattere ‘cca vicino?” Mi sembra chiaro, devo lavorare. Rumors mi diranno, poi, che i due non propriamente oxfordiani figuri, altri non erano che i commissari di campo: la partita è a porte chiuse ed io non posso entrare.

C’è un errore, mi sembra ovvio: col garbato modus facendi inculcatomi da chi, sin dalla tenera età, ha avuto l’onere di crescermi, ribadisco che ci dev’essere un palese misunderstanding e che non c’è problema, non è successo nulla, purch√© mi facciano finalmente entrare. Chiamo allora il segretario del Pomigliano Calcio, Mattia, un bravo ragazzo che, per fortuna, ha nelle sue scartoffie un foglio firmato Sportcampania nel quale si specificava che il giornalista (aspirante tale, il tesserino arriverà a giorni ndr) Mirko Panico nato a… (tutti gli iter burocratici del caso) deve assistere alla partita per svolgere il suo lavoro.

Mirko Panico sono io e, non dovesse bastare la mia testimonianza o quella di tutti coloro i quali ogni domenica mi vedono sugli spalti del Gobbato, lo dice anche la tessera d’identità che ho nel portafogli. “Mi dispiace, non hai il tesserino”- la replica dell’indaffarato (?) commissario. Incontrassi ogni domenica persone del genere sul mio cammino, il tesserino, forse, non lo prenderei mai. Ricordo infatti ai non addetti ai lavori che per prendere “il tesserino” devi lavorare, quello che vorrei tanto fare anche oggi. “Ma come, ho girato tutti gli stadi della Campania (e non solo ndr)?”– la mia sconsolata replica. Mi viene detto, quasi come consiglio fraterno (bha!) che la prossima volta, onde evitare spiacevoli equivoci, mi conviene chiedere al mio direttore di inviare, in allegato alla richiesta di accredito, una dichiarazione scritta che certifichi il fatto che sto facendo praticantato per avere il benedetto tesserino. “Fermi tutti, la richiesta c’è!” Eureka, il buon Mattia (il segretario di cui sopra) ha la soluzione a tutto: potrò finalmente entrare e scrivere la cronaca di un match che, francamente, comincia un pò a nausearmi. Neanche per sogno. Il commissario di campo non ha tempo (e scusate il mio humor più british che mai) n√© voglia di leggere e sbam!: la porta mi viene chiusa in faccia, per fortuna senza colpirmi. Nell’agitazione di chi sa di aver subito un torto, telefono al direttore del mio giornale il quale, a sua volta, chiama il presidente Pipola. Ma lui non può farci nulla, sta vedendo la partita. Chapeau. Ora mi chiedo a cosa serva essere accreditati, conscio del fatto che dovrò trovare in solitaria meditazione la risposta a tale quesito.

Essermi perso Pomigliano-Hinterreggio al Marassi (ehm, Barassi chiedo venia) non è di sicuro una tragedia, ma di sicuro un’ulteriore sconfitta per noi giovani che, nonostante i tempi duri e i clich√© che ci dipingono quali scansafatiche e mammoni, abbiamo voglia (e forse anche capacità) di lavorare e costruirci un futuro. Purtroppo, troppo spesso, le cose non dipendono solo da noi, ma da un sistema troppo superficiale per preoccuparsi di chi vorrebbe ciò che gli spetta senza sbattere portoni n√© alzare la voce.

Dal nostro inviato al Barassi Mirko Panico