Napoli.Turnover nella mentalità: si passa dalla provincia all’Europa

Che ansia, fino a qualche mese fa, per i tifosi napoletani: maledetti doppi impegni! Un popolo è molto spesso fotografia del suo oligarca o se vogliamo usare toni meno perentori, del suo emblema, del suo condottiero. E cos√¨, tutti a pensare che fosse impossibile, il buon Walter Mazzarri docet, tenere alto il livello di prestazioni (e quindi risultati) con un calendario troppo fitto di impegni, che urgesse una cernita, una scelta tra l’onore del campionato ed il fascino della Champions. La Coppa Italia (unico trofeo della storia recente degli azzurri) manco a pensarci: vale la pena sudare per una “coppetta”, tra l’altro già acquisita? No. La risposta è facile.

Morto un Papa, però, se ne fa un altro e la staffetta tra passato e presente riguarda, con ovvietà di causa, anche i dogmi che ognuno dei pontefici porta con s√©. Se fino a ieri dovevamo rassegnarci, o campionato o Champions, oggi la musica è cambiata: siamo il Napoli e si gioca per vincere ogni partita. Impossibile stoppare l’afflusso d’aria al petto mentre, orgogliosi, si ripete la cantilena. Tra il dire ed il fare, c’è però di mezzo il Borussia Dortmund. E allora, prima di fare una scorpacciata di H2O, tanto vale aspettare 48 ore. I segnali, però, sono incoraggianti, vedi Napoli-Atalanta.
Troppo facile, però, etichettare il buon Mazzarri, oltre alla mentalità, in questo Napoli, sono cambiati anche i giocatori, i migliori interpreti di qualsiasi filosofia calcistica. E allora attuare il turnover ha sicuramente un sapore meno suicida.
Nonostante il tabellino del match di sabato scorso sia più che rassicurante, è bene usare occhio critico, anche a discapito del cuore. E’ innegabile, infatti, che il Napoli abbia cambiato volto (e sia cambiato anche il risultato) una volta entrati in campo Hamsik e Callejon, due (per dirla alla Mazzarri) “titolarissimi”. E allora, tra i due tecnici, chi è che ha ragione? Troppo banale affidarsi alle vie di mezzo. Urge un’attenta analisi.
Il contesto di due anni fa, dava ampia ragione a Mazzarri, troppo affezionato al suo gruppo lavoro (i “titolarissimi”, per l’appunto) per affidarsi a comprimari dai nomi troppo poco altisonanti, palesemente parte non integrante, anzi a volte disintegrante, del progetto del tecnico di San Vincenzo. Oggi, però, il Napoli è poliglotta, internazionale ed il gruppo lavoro dev’essere una coccarda di cui crogiolarsi, un puzzle fatto di tanti tasselli, che una volta smarriti possono essere sostituiti con altri che, per quanto diversi, abbiano smussature simili. Il tour de force è iniziato: ci dirà quanto questo Napoli possa stare nell’Olimpo del calcio che conta. In Don Rafè we trust.