“It’s coming Rome” – ha urlato alle telecamere Leonardo Bonucci al termine della lotteria dei rigori di Italia-Inghilterra che ha permesso alla nazionale di Mancini di laurearsi campione d’Europa. Un traguardo importante per gli azzurri, non certo partiti favoriti. A farne le spese un’Inghilterra che avrebbe potuto scrivere la storia sul campo di Wembley, portando il primo trofeo europeo in patria. Londra, però, è a tinte azzurre, come Berlino nel 2006, il 9 luglio fu, l’11 luglio è stato.
All’Inghilterra, però, è rimasta indigesta la sconfitta. Una sconfitta arrivata, come detto ai rigori, ma con un’Italia che ha rincorso dopo il gol di Shaw. I tifosi e i calciatori di sua maestà hanno pensato che la coppa era ormai in tasca, ma ci hanno pensato proprio Bonucci a ristabilire la parità e Gigio Donnarumma a rendersi decisivi, con il secondo ad annullare i rigori di Sancho e Saka, ma prima di loro Rashford ha preso il palo.
Il sogno azzurro diventa realtà, ma la nottata di Wembley a tratti è stata un incubo. I fondatori del gioco più famoso del mondo, coloro che si vestono di boria e di presunzione sul Fair Play hanno fallito in tutto. Un’Inghilterra perdente, sotto tutti i punti di vista. Dopo il gol di Shaw, il nulla assoluto, se non fosse stata per qualche sporadica incursione, su cui la muraglia azzurra ha dato lezioni di fase difensiva. La roccaforte biancorossa è stata abbattuta, sul manto sacro del calcio, ma anche fuori dal campo.
A partire dai fischi all’inno di Mameli, proprio dalla parte in cui Gigio ha trasformato i loro fischi in lacrime amare, per non parlare del vilipendio alla bandiera, strappata e calpestata, come un cartone abbandonato per la strada. A questo si sono aggiunti i tafferugli nel pre-gara, ripetendo quanto accaduto per tutto il pomeriggio, creando caos per strada e fuori dallo stadio. Un manipolo di spettatori che si sono lasciati ipnotizzare dai fumi dell’alcool, che hanno aggredito chi voleva entrare di prepotenza e senza biglietto nell’impianto sportivo. Gli insulti razzisti nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, rei di aver fallito i tiri dal dischetto, la ciliegine di una tota che niente ha di dolce.
Non è stata da meno la stessa nazionale, con gli sfottò nei giorni precedenti, nei confronti di Immobile, concludendo, poi con la svestizione della medaglia d’argento subito dopo la premiazione, lasciando il campo ancor prima che avvenisse la festa italiana.
Un segno che con il fair play nulla a che vedere, ma in fondo, chissà, probabilmente gli stessi calciatori dei tre leoni erano consapevoli di non meritare nemmeno quella. Ed ecco che, il motto “It’s coming home” diventa un amaro ricordo, beacuse we’re sorry, but it’s came Rome!




