Dalla Loggetta al Pallone d’Oro, 40 volte Cannavaro: l’azzurro juventino

Il più grande di tutti, calcisticamente parlando, al momento della firma di Higuain per il “suo” Napoli, che vinceva la concorrenza tra le altre della Juventus, sornione sorrideva: “Un vero argentino non può giocare a Torino”. Vero. Se lo dice lui, Maradona. Ma forse, paradossalmente, un vero napoletano può farlo, e anche molto, molto bene. Sin dalla più tenera età, il cuore di ogni partenopeo (a meno di clamorosi svarioni “daltonici”) si tinge d’azzurro, un colore troppo lontano dal freddo bianconero. E’ il caso anche di Fabio Cannavaro, oggi quarantenne ed unico Pallone d’Oro made in Naples (dopo una stagione, quella 2005-06, giocata in bianconero ed esplosa in Germania con la quarta vittoria mundial). Core ‘ngrato o audace emigrante? A voi l’ardua sentenza: che arrivi, si spera, dopo un’attenta lettura del tortuoso percorso di Fabiolino, ‘o figlio e Pascale (a sua volta ex calciatore), dal rione Loggetta all’Olimpico di Berlino.

Na cosa grande pe’ mme – Sono passati quarant’anni da quel 13 settembre 1973. Napoli abbraccia un suo nuovo figlio, Fabio, secondo di tre pargoli (la prima, Renata, diventerà farmacista, mentre il background del più piccolo, Paolo, è cosa nota). Come papà Pasquale, anche Fabio cresce con una grande passione, il pallone. Il piccolo Cannavaro lo gioca nelle strade del suo rione, la Loggetta, e di domenica pomeriggio, quando il vicino San Paolo ospita le gare del Napoli, avverte, le scosse sismiche provocate dall’entusiasmo dei suoi concittadini. I napoletani, quando si tratta del Napoli, sono un vero terremoto di passione.
I primi calci, Fabio li tira per strada, come ogni fuoriclasse che si rispetti. Nel passaggio poi, dallo street soccer al rettangolo (che non chiameremo verde per la fatiscenza dei campetti in terra battuta di allora) “vero”, riesce a coltivare le sue doti migliori e a meritare una chiamata dal Napoli, che lo tessera nel 1988, all’età di 15 anni, per fare il campionato giovanissimi. “Fabiolino era bravo, ma molti storcevano il naso sulla sua statura. Io, però, ci avevo visto bene: quel nanetto aveva doti fisiche uniche nel suo genere, una forza nelle gambe da far invidia e, più di tutti, aveva tenacia, voleva arrivare.” Enrico Fedele, suo storico agente e direttore sportivo ai tempi del Parma, ci aveva visto bene davvero: quel difensore centrale atipico, alto circa un metro e settantacinque, era da Serie A.

Un napoletano a Torino – Il suo esordio nella massima serie, poi, mette Cannavaro contro il suo futuro. E’ il 19 marzo 1993 e il San Paolo ospita la Juventus. Estate ’95: ventiduenne e con già due campionati alle spalle, Fabio Cannavaro è uno dei difensori più interessanti e ricercati del panorama europeo; le casse del Napoli, poi, piangono miseria: la sua cessione può essere linfa vitale per la società azzurra. E cos√¨ arriva l’addio: si va verso il Parma di Tanzi, mai più cos√¨ grande nella sua storia come in quegli anni. Ci resterà sette anni, conditi da due Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Uefa, due secondi posti (dietro la Juventus) e la stabilità in nazionale, di cui diventa capitano dopo il Mondiale 2002. Proprio quell’estate Paolo cambia nuovamente maglia: dall’Emilia a Milano, sponda nerazzurra. Agli ordini di Cuper (che lo schierava spesso terzino sinistro), Cannavaro non è più Cannavaro: ci si mettono infortuni ed incomprensioni con la società meneghina, che decide di cederlo alla Juve in cambio di Carini. E non stiamo scherzando. Dopo Ferrara, ecco un altro napoletano a Torino, che in bianconero ritrova (oltre a Gerozzo) Thuram e Buffon, come lui colonne del grande Parma. Siamo nel 2004 e Cannavaro non è più un bambino: ha 31 anni ed un compito difficile, dimostrare che il meglio sarebbe dovuto ancora venire.

Gli anni ed i palloni… d’oro – Poco male se nativo nell’epicentro dell’anti-juventinità: Cannavaro diventa emblema dello stile Juve con cui porta a casa i suoi primi due scudetti della carriera (poi revocati nella bufera calciopoli). Fabio è al top, superarlo è un’impresa per qualsiasi attaccante. L’estate 2006 è sicuramente la più intensa per il Cannavaro calciatore: Moggi, Bettega e la cupola, gli scudetti revocati ed il Mondiale da disputare con al braccio la fascia di capitano. Poteva essere una debacle, è stata la più bella delle imprese. In Germania, come noto, arriva la World Cup contro l’amico Zidane e a dicembre (ormai passato nelle file del Real Madrid con la Juve in B) il Pallone d’Oro e il Fifa World Player. Mai nessun napoletano è arrivato cos√¨ in alto e lui, che non ha mai dimenticato le sue radici, dedica proprio ai suoi concittadini meno fortunati quei riconoscimenti. Sono passati quasi sette anni da quella notte di Nyon, ora Cannavaro non gioca più a calcio, ma studia per migliorare come allenatore e direttore sportivo, ma le sue gesta non potranno mai essere cancellate.
Con Bobby Moore è l’unico calciatore della Storia ad aver vinto un Mondiale senza mai aver portato a casa un campionato nella sua nazione (quelli con la Juve furono revocati): è l’unico napoletano ad aver mai vinto un pallone d’oro e con Baggio, Rivera, Rossi e Altafini, uno dei pochissimi campioni italiani ad averne avuto l’onore; con 136 gettoni in nazionale, di cui 79 con la fascia di capitano al braccio (record) è il secondo calciatore italiano dietro a Buffon (137 marted√¨ scorso) in quanto a presenze. Uno nato per i record. Un guaglione della Loggetta troppo basso per gli scettici, capace di una scalata che lo ha portato sul tetto del Mondo. Auguri Fabio!