Covid-19. Lo sport chiude, il calcio discute

In principio è stato il basket regionale, poi il rugby in tutte le categorie. E’ arrivato il turno di una parte del volley, la Serie A2 di basket. Ieri un altro KO tecnico. La pallavolo si ferma definitivamente, per questa stagione si intende, a tutti i livelli. Una decisione che non era stata esclusa dal Commissario Straordinario della Fipav Campania Guido Pasciari (LEGGI QUI), ma che si sperava non dovesse essere presa.

Niente da fare, anche in questo caso il Covid-19 ha vinto. Nella giornata di ieri è arrivato l’annuncio ufficiale della resa, anche per il volley, tramite un comunicato ufficiale. Resta solo il calcio. E’ il solo sport a non aver ancora deciso di tirare i remi in barca e aspettare che la tempesta lo guidi verso nuovi e calmi lidi. Cosa fare, quindi? Da un lato c’è chi insiste: “Stop, giocare non ha senso” e chi invece continua a sperare, che l’ammiraglio abbia la meglio sullo tsunami cinese. Arriverà il caldo e ne usciremo, almeno temporaneamente. Arriverà la ritirata. Il tempo del riarmo ed allora, così rincuorano i cervelloni da laboratori delle Università USA, avremmo l’arma giusta per combattere e vincere, definitivamente.

In attesa di tutto questo, però, cosa si fa? Sembrerebbe che solo i calciatori abbiano il potere, l’anticorpo immunizzante, quello neutralizzante in gergo  biologico, eppure i dati dimostrano che non è così. Dybala, Gabbiadini, Matuidi,  non sarebbe certamente d’accordo.

Cosa frena la resa? Perchè è così difficile capire che a un certo punto bisogna fermarsi, respirare e riorganizzare la strategia? Da un lato la voglia di non volersi arrendere ad un nemico invisibile, la voglia di non volersi far abbattere e far decidere a terzi il proprio destino, la propria morte, in alcuni casi. Dall’altro il forte, troppo, interesse economico. Il sol pensiero di perdere 720milioni di euro fa più paura del Covid-19. Obiettivamente, però, i tempi si stringono.

La curva dei contagi non sembra volersi ancora abbassare, specie dopo il nuovo picco di ieri, quando sembrava che ormai il peggio fosse passato. Ancora no, c’è da combattere, c’è da tenere la propria spada, ben stretta tra le mani, mettersi in posta di guardia, corona contro corona, la posta si chiama così, e attendere il momento migliore per contrattaccare.

Non ci sono solo i vertici a difendere il loro bene più prezioso, ma anche i tifosi. Non tutti sono pronti a rinunciare al termine della stagione agonistica, ma al tempo stesso non vogliono neanche vedere una farsa pur di chiudere i campionati per obbligo, economico più che morale. Cosa lega così tanto le persone al calcio? Probabilmente è come un segno di pace, quello che si fa in Chiesa. E’ un linguaggio universale per socializzare, per rendersi uguali nonostante le differenze.

C’è, però, sempre il momento di mettere il punto. Andare a capo. Aspettare la giusta ispirazione e riprendere un nuovo paragrafo. Forse, anche per il calcio, questo tempo è arrivato.