Senza nessuna pietà. Nessuna tregua per il male che affligge negli ultimi anni. Un male che nessuno vuole ammettere esista. Ancora una volta, dopo appena due settimane da quanto accaduto a San Siro, gli stadi Dall’Ara di Bologna e l’Olimpico di Roma tingono di nero un’altra serata di calcio. E’ accaduto durante le partite di Coppa Italia e ancora una volta ad echeggiare dagli spalti non sono i cori per incitare i propri beniamini, ma gli ululati razzisti.
Sono stati colpiti Kean, il calciatore della Juventus protagonista di una splendida prestazione, e trasversalmente la Roma in una sfida in cui i giallorossi non erano neanche presenti. Dalla curva bolognese ululati per il calciatore di Vercelli, ma di origine ivoriana, che si susseguono in ordine di tempo a quelli di Milano contro Koulibaly. In casa Lazio, invece, nessun ululato, ma “solo” frasi esplicitamente razziste e antisemite nei confronti della rivale capitolina e dei suoi calciatori e tifosi: “Ebreo giallorosso”, “Questa Roma sembra sembra l’Africa”.
Sono passate due settimane dall’indignazione generale, dal “je suis Koulibaly”, dal discorso di Matteo Salvini eppure niente è cambiato. In fondo, lo sappiamo bene, il caso Koulibaly non è stato l’unico e non è stato neanche il primo. Dalla discriminazione di Milano, a quella di Bologna e di Roma, passando per tutti i campi, o quasi, d’Italia, la situazione non cambia. A cambiare è solo il destinatario, oggi Kuolibaly, domani Kean, ieri Eto’o o Duncan. Sono passati decenni da quando in Brasile Arthur Friedenreich per essere accettato nella propria squadra, in un paese ancora razzista e ricco di colonizzatori europei, si copriva il volto di crema di riso per schiarirsi la pelle e si stirava i capelli, spacciandosi per un calciatore tedesco. Era il primo Novecento e ancora il Brasile viveva una sorta apartheid.
E’ passato un secolo e all’alba del 2019 ci ritroviamo a dover denunciare ancora atti di razzismo e ululati mentre gli astanti non sentono. Mille, duemila, tremila persone urlano e insultano ma dagli spalti nessuno sente, mai. Davvero sono tutti sordi? O semplicemente nessun vuol sentire? “The Show Must Go On” cantavano i Queen, ma non si può sempre e comunque soprassedere su ciò che rende il nostro calcio da terzo o quarto mondo, dove si accoltella un calciatore per un rigore sbagliato. Non è possibile ignorare che nel paese e per osmosi nelle curve ci sia un problema radicato, il razzismo. Perchè, in fondo, è una nota stonata un Matteo Salvini, vicecapo del Governo, che punta il dito contro il razzismo nel calcio, ma ne usa le più becere declinazioni per salire a Montecitorio, e non credo che la giusta risposta sia quella di fermarsi.
E’ tempo di sentire, realmente, e con fermezza agire, senza timori “reverenziali” di avere uno stadio in contestazione o vuoto. Non è giusto, non più, che la maggioranza venga fagocitata dall’inciviltà della minoranza.
Cristina Mariano




