Calcio dilettantistico. Protocollo, ripresa e inattuabilità in Serie D

Figli di un dio minore, come gli orfanelli in un antico istituto che accoglie coloro che hanno perso i genitori, o coloro che hanno abbandonato lì il figlio disonore della famiglia. Così la FIGC con i suoi figliastri. I dilettanti.

Ci si preoccupa di come, quando ripartire. Ci si preoccupa dei fondi: la Legge Melandri, le scommesse. Supporti, salvagenti, ammortizzatori. Insomma tutto ciò che è necessario per tenere in vita il movimento calcistico professionistico. Torniamo, quindi, a chiedere nuovamente: il calcio dilettantistico? Dov’è collocato in questo splendido quadretto di risanamento? Probabilmente è la stessa domanda che si pongono i vertici della LND e dei comitati regionali, a partire da Cosimo Sibilia, che ha ricordato che il 70% del movimento calcistico è rappresentato dai dilettanti.

In parole semplici, concise potremmo dire che è il cuore pulsante del calcio, i polmoni. Insomma un organi vitale, su cui si basa tutto. E’ le fondamenta di un sistema sportivo che continua ad ignorare. Mentre in Germania, in Inghilterra si stanziano dei fondi per supportare le categorie inferiori, in Italia nessuno sembra porsi realmente il problema. La dimostrazione sta nel fatto che la commissione medica e scientifica ha diramato un protocollo di sicurezza che solo in Serie A è realmente attuabile. Se in B e in C sembrerebbe difficilissimo trovare i soldi per mandare avanti la stagione con un maxi-isolamento, trasferte, stipendi, controlli medici, nei dilettanti è realmente inattuabile.

In Serie D le squadre non hanno un centro sportivo autonomo, svolgendo gli allenamenti proprio sul campo in cui gioca anche le partite casalinghe. Un campo da dividere con le altre realtà sportive. Nè la dirigenza può permettersi di tenere i propri tesserati in alberghi, per almeno due settimane ininterrotte, considerando anche che molti di loro hanno un lavoro. Diventerebbe, quindi, superfluo un isolamento di quello che viene definito gruppo squadra.

A supporto non ci sarebbero gli introiti dei botteghini, bensì sarebbe tutto a fondo perduto, anche perchè in Serie D non esistono le percentuali da diritti televisivi nonostante il campionato interregionale sia diventato molto attraente agli occhi dei media, tanto da attirare attorno a sè le telecamere di TV locali e non solo. Una riforma. Sarebbe questa la soluzione ideale per tenere sollevato il calcio minore. Una modifica della Legge Melandri, in modo tale da poter avere una percentuale di introiti per diritti televisivi anche alle squadre della Serie D.

Soldi che potrebbero permettere una boccata d’aria ai club i cuoi presidenti e patron dovranno fare i conti anche con le proprie difficoltà economiche figlie del Covid-19. Insomma. Ai vertici della federazione italiana del calcio, i lavori sono destinati alla sopravvivenza della massima serie, mentre le altre categorie restano nell’incertezza di ciò che potrebbe essere.