Atalanta-Napoli 1-0. Le nostre “non” pagelle del match

Oggi mi adeguo: niente pagelle. Da tifoso e giornalista (!) non abituato alla Champions (16 musichette ‘personali’ escludendo l’amaro preliminare basco), non ho ricaricato dopo la sbornia post-mercoled√¨ europeo, per cui niente voti per lo scempio andato in scena a Bergamo.

Unica riflessione-domanda che mi concedo: come sia possibile che otto/nove undicesimi di una squadra che solo mercoled√¨ ha asfaltato il Benfica, perda contro la peggior Atalanta degli ultimi anni. Gli strani scherzi della mente umana….

Dimentichiamo la (non) gara contro la Dea e analizziamo lo stato d’animo del tifoso che è dentro di me, che E’ me. Il dramma personale ed umano (non sportivo) odierno nasce dal fallimento di una valutazione, a questo punto errata che mi aveva pervaso. Ero convinto che il Napoli sarebbe tornato vittorioso dalla Lombardia, e non perch√© siamo forti e belli e calorosi e abbiamo il mare e il sole e abbiamo il Vesuvio e abbiamo le sfogliatelle e la pizza Margherita e il mandolino, ma perch√© ero convinto che non avremmo patito la gara di Champions. Ero convinto che in qualche modo dal Napoli di Mazzarri (Championcentrismo acuto) al Napoli di Sarri, passando per il Napoli di Benitez (Bi-frontismo evanescente), qualche passo avanti si fosse fatto. Ero convinto che battere il Benfica, ed essere a punteggio pieno nel girone di Ch non incidesse sul prosieguo immediato del campionato.
Ero convinto che il tempo dell’impresa della vita che ti scaricava e ti portava sui campi di Bergamo, Bologna, Udine, Verona sponda Chievo senza mordente, senza carattere, senza determinazione, senza volontà di potenza, con un fisiologico calo mentale fosse solo un retaggio storico.
Oggi dopo la prima partita alle 15.00 della stagione devo ricredermi. Saranno stati i due anni consecutivi, in particolare l’ultimo, di Europa League, manifestazione che non assorbe evidentemente le stesse energie della Ch, sarà stata l’idea di una rosa (sulla carta) ampliata per quanto depotenziata nel suo ventre, sarà stata l’ingenuità del tifoso, sarà stata l’inesperienza del giornalista (!), ma ne ero davvero convinto. Faccio mea-culpa e mi prendo questo doppio gancio da Knock-out alla prima ripresa.

L’Italia non sfugge al processo di imperialismo calcistico giunto nella sua fase suprema (cit. di un amico emigrante in Emilia) e come avviene in Spagna (Real e Barca + un quasi 3/4 di Atletico) e in Germania (Bayern e una metà di Borussia) c’è una sola big e non ha (i nostri) colori, noi restiamo una meravigliosa incompiuta, oscillante tra ¬º ed ¬Ω di grande. La sola Albione si allontana da questa regola che con il nuovo millennio ha trovato nuova linfa ed è andata rafforzandosi, portando ad un livellamento verso il basso dei campionati nazionali, quanto vediamo in Italia ne è la prova lampante. Se la Premier League ha un appeal superiore anche rispetto alla stessa Champions, trofeo che per quanto emozionante e suggestivo, parte ogni anno con le solite griglie di favorite e di possibili outsider, un motivo ci sarà e si chiama competitività, ovviamente unita a grandi calciatori/allenatori, spettacolo in campo e sugli spalti. Un po’ quanto avveniva negli anni 80-90-inizio millennio dalle nostre parti, dove per quanto le tre strisciate dominassero, il campionato all’epoca più bello del mondo, poteva contare su un livello di competitività maggiore e su un tasso tecnico superiore.

Un’analisi cruda, tutto sommato oggettiva che prescinde dal velo di Maya squarciato davanti ai miei occhi dopo Bergamo. La vera sfida del calcio italico, ma anche europeo, sarebbe trovare un maggiore equilibrio, un nuovo livellamento verso l’alto magari partendo da una riduzione delle formazioni che prendono parte alla Serie A. Si tratterebbe comunque solo di palliativi, la verità è che il calcio è (ormai) solo business/affari/potere/denaro/tanto denaro e come tale non può che tenerlo in vita la sua più alta essenza: il tifo, il legame con la propria squadra, di qualsiasi natura sia.

Soffermandoci sul ‘particolare’ a noi caro (il Napoli), appare profilarsi all’orizzonte una lettura arrendevole. Come ridurre il gap con una società/squadra/rosa/ambiente/azienda/potentato-politico-finanziario-mediatico avanti anni luce? Se dopo anni di Europa (maggiore e minore che fosse), di lenta crescita tecnico-tattica, di rosa ampliata/migliorata bench√© ci sia stata l’amputazione del super bomber (Cavani prima, l’altro dopo), ci si ritrova nuovamente dinnanzi al solito ‘mentale’ copione, non resta che la (fanciullesca) speranza e soprattutto sentimento, tifo e legame.
Anni fa questo sarebbe stato il finale (patetico e nauseante), oggi stanco e sempre più disilluso, sentimento/tifo/legame non si discutono ma la razionalità impone di consapevolizzare definitivamente una terribile verità: vincere o tentar di vincere a Napoli (come a Roma, a Firenze, a Valencia, a Dortmund ‚Ķ ) ha sempre più il sapore dell’utopico e di un (fanciullesco) sogno….

A cura di Pasquale Lucchese

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