Scafatese, l’esonero che divide: numeri straordinari ignorati e una gestione sempre più isterica
Editoriale di Francesco Nettuno
Ci sono decisioni che, nel calcio, si faticano a comprendere. Poi ci sono quelle che sfidano ogni logica. L’esonero di Gianluca Esposito dalla panchina della Scafatese rientra senza dubbio nella seconda categoria: un provvedimento che appare non solo sproporzionato, ma quasi provocatorio, se confrontato con il percorso della squadra.
Stiamo parlando di una formazione prima in classifica, capace di raccogliere 32 punti in 14 partite, forte di un margine di quattro lunghezze sulla seconda, dotata del miglior attacco e della miglior difesa di tutto il campionato, e soprattutto ancora imbattuta, senza nemmeno una sconfitta sul groppone. Numeri che basterebbero a blindare qualsiasi panchina, ovunque. Ma non a Scafati, evidentemente.
Il presidente Felice Romano, non soddisfatto degli ultimi due pareggi — due semplici pareggi, in un contesto in cui la squadra era pur sempre capolista e in pieno controllo del proprio destino — ha scelto la via più traumatica: mandare via l’allenatore che aveva costruito questo rendimento impressionante. Una mossa che ha lasciato attoniti i tifosi e increduli gli addetti ai lavori, convinti che un gruppo così solido meritasse continuità, non instabilità.
Eppure, forse non avrebbe dovuto sorprendere. Basterebbe ricordare la “faraonica” presentazione estiva, quando un Romano euforico e iperbolico arrivò ad annunciare un campionato praticamente già vinto “entro dicembre”. Dichiarazioni che, se da un lato galvanizzano, dall’altro creano un clima irreale, alimentando pressioni e aspettative impossibili da mantenere anche per la squadra più forte. È ormai chiaro che il calcio non si domina con i proclami, né con un portafogli pieno: ci vogliono equilibrio, pazienza, idee. Ci vogliono persone.
Ed è proprio questo il punto: Esposito aveva creato un ambiente sano, uno spogliatoio compatto, una squadra che correva unita verso l’obiettivo. Non un insieme di ingranaggi meccanici, ma un gruppo umano e coeso. E se anche la rosa è competitiva “sulla carta”, ogni dirigente dovrebbe sapere che non bastano investimenti faraonici per stravincere un torneo: il campo vive di fasi, emozioni, cali di tensione e reazioni. E soprattutto vive di lavoro quotidiano.
Il malcontento esploso sui social nelle ultime ore è un termometro chiaro: i tifosi non ci stanno. Parlano di scelta scellerata, di follia gestionale, di un gesto che rischia di spezzare un equilibrio prezioso. La Scafatese aveva finalmente trovato la sua identità e stava esprimendo un calcio efficace, maturo, continuo. Ora tutto torna in discussione.
Si attende il nome del nuovo allenatore, ma chiunque arrivi erediterà una situazione complicata. Non tanto in classifica — che resta eccellente — quanto nell’ambiente, ferito da un atto che sa più di capriccio che di programmazione.
L’esonero di Gianluca Esposito diventa così il simbolo di un sistema calcistico sempre più isterico, in cui dirigenti e presidenti pretendono di comprare certezze e risultati immediati come fossero prodotti da scaffale. Ma il calcio vero, quello che nasce dal campo e non dalla scrivania, non perdona le scorciatoie. E la Scafatese, oggi, sembra aver imboccato la più pericolosa di tutte.





