Ripescaggi e Seconde Squadre: il calcio non è uno sport per tutti

E’ passato poco più di un secolo e mezzo da quanto la Free Manson’s Tavern di Londra ospitò quegli undici gentleman davano vita al calcio. Un calcio popolare, povero, destinato a chi, in un modo o nell’altro, cercava di distogliere i pensieri dai problemi della vita. Un calcio per gli studenti delle scuole borghesi inglesi, ma pur sempre studenti.

Dopo 155 dalla sua nascita, dalla sua evoluzione ed anche, con un pizzico di rammarico, dalla sua globalizzazione il calcio sembra diventare sempre più uno sport d’√©lite, non tanto per chi lo segue, quanto per chi vuol praticarlo.

Business è il termine dominante, che potrebbe meglio accostarsi alla definizione odierna dello sport più popolare al mondo. Tanto popolare, quanto proibitivo per chi vorrebbe partire da zero e sognare in grande.

L’ennesima conferma ci è arrivata osservando i criteri di ripescaggio dalla Serie D alla Serie C. L’avvento delle Seconde Squadre potrebbe essere sicuramente la base di una rivoluzione, ma non a discapito delle piccole realtà che hanno voglia di sognare.

Priorità alle squadre B provenienti dalla Serie A, poi le retrocesse, poi infine, se c’è ancora disponibilità di spazio le vincenti dei play-off di Serie D. L’ennesimo scacco al campionato interregionale, dopo l’aumento del prezzo per la richiesta di ripescaggio adottato nella scorsa stagione.

Una categoria che boccheggia, economicamente parlando, in cui si confrontano grandi colossi, contro piccole realtà che provano a farsi strada tra i grandi. Le nobili decadute, che anche grazie al proprio blasone riescono a trovare un appiglio tra imprenditori sponsor e investitori che decidono di prendersene carico. Di contro le matricole, con poca tifoseria, con pochissime entrate e nessun appeal per chi vorrebbe affrontare una nuova scommessa.

Un limbo tra il professionismo e il dilettantismo, sempre più vicina a quest’ultimo, mentre quel che viene definito come “il calcio che conta” diventa sempre più una chimera. La Serie D come la riva dell’Acheronte, con le squadre sempre più in crisi in attesa dell’arrivo di Caronte.

Insomma un campionato tanto ricco di materia prima, ma al tempo stesso tanto povero da non permettere la crescita dei club come succedeva in passato. Ed i grandi colossi sportivi diventando sempre più grandi, monopolizzando il mondo calcistico a quelle poche realtà fisse con un contorno di simpatiche comparse che a lungo andare non riescono a mantenere il continuo salasso economico.

L’Italia non è un paese per giovani, il calcio non più uno sport per tutti.

Cristina Mariano