Le falle del calcio: tra Settore Giovanile e frontiere, Gazzaneo: “Giovani perni del progetto, altrimenti si fallisce”

I campionati ormai scivolano verso la fine e già, ancora prima che le sfere si fermino definitivamente per questa stagione, a prendere piede già il calciomercato. Già dalle prime battute si capisce che sarà un’altra estate ricca di “guerre” al miglior straniero sulla piazza. Nei mesi scorsi, però, ricordiamo, cos√¨ come lo ricordano tanti altri colleghi con cadenza quasi regolare, che l’Italia è stata eliminata dalla qualificazione per i prossimi mondiali. Da l√¨ part√¨ una corsa alla riforma, con le dimissioni di Carlo Tavecchio e la ricerca di una rifondazione del calcio italiano. La prima riforma in incubatrice è quella che riguarda l’ingresso in Serie C delle Seconde Squadre, emulando quanto avviene da quasi un decennio nei principali campionati europei come Spagna e Germania. Sulla base della squadre B si apre un altro capitolo che quasi nessuno vuole affrontare con serietà: il Settore Giovanile.

La nostra redazione, invece, si è soffermata con l’ex tecnico della Sarnese Valerio Gazzaneo, che si è fatto strada nel panorama calcistico regionale proprio allenando nei settori giovanili di diverse squadre, prima di guidare la Rappresentativa Allievi Campania alla finale del Torneo delle Regioni 2017.

Ventisei anni di lavoro tra Settore Giovanile e Scuola Calcio, con un passaggio al fianco di Giancarlo Marocchi come osservatore in Campania. Qual è la sua filosofia di calcio giovanile?

“Per me il giovane per diventare un calciatore pronto dev’essere al centro del progetto di una società. Il lavoro deve girare intorno a lui e ai suoi bisogni e non dev’essere il mezzo o lo strumento della società per raggiungere bonus o altre gratificazioni societarie. In quel modo non si fa altro che rovinare un futuro calciatore, indipendentemente dalle sue qualità. Cos√¨ come per la scuola, anche nello sport bisogna aspettare l’atleta e capire i suoi bisogni fisiologici per permettergli di crescere sotto tutti i punti di vista. oltre alla tattica c’è la tecnica, ma anche la personalità. Il calcio è fatto di varie componenti e tutte devono essere spinte. Il giovane deve essere accompagnato per sbocciare. Non si può pretendere un prodotto finito, pronto e buttarlo nella mischia per poi accantonarlo. Poi bisogna capire la differenza tra attività di base e attività di Settore Giovanile. Nella scuola calcio l’atleta deve divertirsi, man mano che cresce bisogna indirizzarlo verso le basi del calcio. Le scuole calcio non hanno fatto niente altro che diventare le nuove strade. Noi da piccoli giocavamo in strada, facevamo gli uno contro uno, i due contro due e le partitelle. Cos√¨ imparavamo il calcio. Cos√¨ devono insegnare il calcio, perchè non si può fare lo stesso lavoro che si fa nelle attività di base. Le partite si vincono negli uno contro uno, migliorando le individualità sia in fase offensiva che difensiva. Ecco in questo modo si mette il giovane al centro di un progetto calcistico”.

 

Da mesi si parla di una rifondazione del calcio italiano, di un vero e proprio fallimento calcistico nostrano dopo la mancata qualificazione della Nazionale Italiana ai Mondiali 2018. Cosa ne pensi?

Io penso che la non qualificazione dipenda da tanti fattori. Intanto partiamo dal presupposto che in Italia non siamo diventati improvvisamente brocchi. Ci sono ragazzi che sanno giocare a calcio, ci sono anche dei giocatori che potrebbero migliorare giocando a calcio. Ad oggi non abbiamo più i Baggio, o i Di Biagio, i Totti o i Del Piero, ma pensi davvero che improvvisamente in Italia non si sappia giocare a calcio? Non è cos√¨. Ti faccio l’esempio dell’Argentina e poi allargo il discorso. In Argentina il calcio è povero, perchè è una nazione povera. Su venticinque calciatori ventidue sono argentini, gli altri sono o peruviani, cileni, paraguayani. Insomma calciatori provenienti da nazioni ancora più povere. Le società si crescono i calciatori, li fanno migliorare perchè non avendo i soldi per pagare gli stranieri, si curano il prodotto interno. Nascono gli atleti, crescono, qualcuno fa fortuna e va all’estero, tornano e allenano arricchendo il calcio nazionale. In Italia il discorso è tutto al contrario. Il nostro, ahinoi, è un calcio ricco e quindi le società ormai considerano lo considerano non più uno sport, ma un business e allora cosa fai? Per arricchire lo spettacolo compri un prodotto pronto e non ti preoccupi di crearti il tuo atleta, curarti il tuo talento. Ribadisco non perchè in Italia non ci sono bravi calciatori, ma perchè le priorità diventano altre, per le società. Migliori il prodotto estero e migliori le Nazionali estere mentre la tua si impoverisce. Questo è uno dei problemi che va a ripercuotersi nel Settore Giovanile, perchè sono anni che le nazionali giovanili non vincono niente e non perchè siamo scarsi, ma perchè non c’è la cultura di crescere il giovane. Poi, tra l’altro, entriamo in dinamiche più complicate”.

 

Spesso e volentieri grandi del calcio come Arrigo Sacchi, ha spesso accusato il calcio italiano di essere poca cosa, dal campionato dilettantistico, passando per i campionati giovanili. Sei d’accordo? Se s√¨ dove si migliora?

S√¨, ha ragione, ma non perchè l’Italia non ha in culla giovani interessanti, ma per varie situazioni che i nostri atleti devono affrontare. Come hai anticipato ho lavorato con Giancarlo Marocchi, che mi confessò che all’inizio non era un campione, non era neanche bravo, ma con la dedizione, il lavoro e la pazienza è migliorato diventando il calciatore che magari quelli della mia età ricorderanno. Le società non hanno più la pazienza di aspettare e correggere un giovane e come ho detto sfruttano il giovane per dei tornaconti personali, e con personali intendo societari, che possono essere i premi, o i bonus e questo diventa uno sfruttamento ma anche un’illusione. In Serie D per esempio c’è la regola degli under e questo fa s√¨ che una società possa guadagnare dai propri giovani grazie alla graduatoria giovani di valore. Cosa succede? Che un calciatore che hai tesserato da almeno due anni ti fa guadagnare più punti di un giovane appena tesserato, indipendentemente dalle sue doti calcistiche. Tu lo tieni legato alla tua società e lo bruci facendolo entrare in campo solo quando ti conviene, facendolo giocare una o due volte in tutta la stagione. Suo malgrado il giovane è vincolato fino al compimento del 25esimo anno d’età e si ha una sorta di schiavitù del calciatore che non può andare via e crescere altrove. ma al tempo stesso non può crescere neanche nella sua società d’origine perchè non pronto magari alla categoria. Il ragazzo ormai a 25 anni non troverà dove accasarsi, o deve ritirarsi, perchè non c’è un tetto minimo di rimborso spesa, o ancora al termine della sua avventura pur essendo bravo è talmente disilluso che abbandona per disperazione. Di calciatori veramente forti che hanno lasciato posso farti anche i nomi, perchè li ho conosciuti. A questo si aggiungono anche le problematiche del Settore Giovanile professionistico, dove come sappiamo e in molti hanno denunciato, spesso e volentieri che si deve pagare per giocare, o si deve pagare per poter stare nel convitto. Chi non ha la possibilità di farlo resta fuori. Ed ecco che poi vediamo giocare in Serie A calciatori nettamente inferiori ad alcuni che avrebbero potuto diventare dei campioni. Per migliorare bisogna, come ho detto, rendere il giovane il centro del progetto”.

 

Da dove nasce questo problema, quindi?

“Premetto che non possiamo e non dobbiamo illuderci che il solo problema sia lo straniero in Italia. Il problema nasce dai dilettanti, dove le garanzie sono poche, dove i giovani non vengono valorizzati, ma sfruttati o utilizzati solo perchè costretti. La regola degli under, o il premio minutaggio in Serie C, sono un problema non un’occasione. Intanto perchè i ragazzi vengono utilizzati solo in determinati ruoli: portiere, terzino, esterno d’attacco. In ruoli dove non possono fare danno, perchè? Perchè non si ha la cultura dello sport, come ha detto giorni fa Arrigo Sacchi. Perchè non sappiamo costruirci i giovani facendoli sbagliare e imparare dai loro errori. O sono fenomeni e vengono buttati nella mischia, prendi Donnarumma a cui non hanno dato il tempo di raffinarsi in tutto, o viene messo da parte, perchè nei dilettanti si può fare. Passati quei due, tre, quattro anni di utilizzo cosa succede? Il calciatore non trova più squadra perchè ha giocato, ma non era pronto, perchè non è più under e sono quelli che servono e il ragazzo si perde, abbandona. Ma la colpa ovviamente è anche dell’ingresso degli stranieri, perchè se all’estero i ragazzi li fanno crescere, in Italia no, per pigrizia? Per mancata lungimiranza? Per business? Le risposte non le so dare, so solo che alcuni calciatori del passato nel calcio di oggi non avrebbero mai esordito perchè hanno iniziato che non erano dei campioni”.

 

Da dove si può ripartire?

Probabilmente una soluzione è la chiusura delle frontiere, ma non è l’unica. Partire dal basso, intanto mettere un tetto minimo per gli stipendi nei campionati dilettantistici. La ripresa in possesso dei Settori Giovanili attualmente gestiti da terze persone. Mettere un limite d’età per le squadre di Serie D o comunque regionali, come per esempio un’età media a 22 anni per esempio, cos√¨ in sostituzione della regola degli under, si dà spazio ai giovani. Come ho detto, però, il discorso è davvero ampio e complesso. Ci vuole un cambiamento radicale”.

Cristina Mariano