La punizione divina di Maradona

L’avversario del Napoli non è una squadra qualsiasi ma l’11 che ha dominato in campo nazionale negli ultimi anni, la Juventus di Trapattoni e Platini. Domenica 3 novembre 1985, stadio San Paolo di Napoli, da poco la nuova casa del “Pibe de oro” Diego Armando Maradona. Arrivato da Barcellona con un trasferimento record, specialmente per un calciatore con una gamba distrutta. 13 miliardi di lire, cifra troppo alta anche per le casse della società che verserà la somma in diverse tranche. Il catino di Fuorigrotta quel pomeriggio ribolle, nonostante il clima sia più simile a quello di Torino, piove e fa freddo ma gli spalti sono comunque strapieni. I Bianconeri arrivano da una striscia record per la nostra Serie A, 8 vittorie consecutive. L’ossatura di quella squadra è la stessa che vinse la Coppa dei Campioni nella sanguinosa notte dell’Heysel, via Tardelli, Boniek e Rossi e dentro Laudrup, Manfredonia e Aldo Serena. Il Napoli è reduce da una anonima ottava posizione e tenta di alzare l’asticella, l’allora mister Ottavio Bianchi sta disegnando la squadra attorno al suo numero 10, in Campania arrivano Renika, Garella e Careca. In campionato anche grazie alla mancanza di smalto delle Milanesi il Napoli si porto sotto la Juventus insieme alla Roma, in difesa subisce pochissimo ma in avanti si fa tanta fatica, davanti a Careca e Maradona si trova un muro granitico costruito per vincere in Italia e nel Mondo. Ci vorrebbe una magia, un miracolo magari di un Diego poco brillante, 8 presenze e sole 3 reti condite da due assist. Lui è il faro, tutto parte dai suoi piedi eppure mai come in quella stagione ha bisogno di qualcosa che lo possa sbloccare, del resto siamo nella stagione che porta ai Mondiali di Messico e l’Argentina non può proprio fare a meno di Diego. Alla lettura delle formazioni l’impressione che si riceve è quella che entrambe vogliano giocarsi la sfida a viso aperto, in campo però esiste solo una squadra, quella di Ottavio Bianchi. Il Napoli gioca a memoria e parte fortissimo, dopo 5 minuti Bertoni calcia e colpisce Maradona che la ritrova accomodata su i suoi piedi, uno stop e il tiro ma Tacconi gli ricorda i suoi riflessi. Poi ancora il 10 ad ispirare prima Pecci dalla lunga distanza e poi Carannate, nel mezzo poca Juve e un rosso a testa per Bagni e Brio. Dopo lo stop di fine primo tempo il Napoli gioca lo stesso calcio, il castello della Juve vacilla ma resta in piedi. A venti minuti dalla fine Bertoni mette giù uno spiovente dalla trequarti, lo stop è poco preciso e la palla si rialza dando occasione a Scirea di allontanare. Nel farlo la gamba dello juventino è troppo alta ed entra in collisione con la gamba di Bertoni, il  7 va giù e porta le mani alla faccia nascondendo una maschera di dolore. Per il direttore di gara si tratta di gioco pericoloso e falloso, punizione a due in area di rigore che apre ad una bufera di proteste. 180 secondi di stop in cui i padroni di casa tentano una repentina battuta, 180 secondi in cui gli ospiti tentano il tutto per tutto per evitare guai. Alla ripresa una situazione da far paura a tutti i calciatori, 4 giocatori in barriera davanti a Tacconi più due uomini pronti ad assaltare Maradona dopo il tocco. La barriera era distante poco più di 5 metri dalla palla e da Diego, come visto e studiato poi raggiungeva i 190 cm di media in altezza. Maradona stufo di ascoltare le proteste anche dei compagni urla “Smettetela di protestare, tanto gli faccio gol”, la testa torna sulla palla e gli occhi scrutano quelli coperti da 6 uomini di Stefano Tacconi. Pecci che è sulla palla insieme a Diego prova a convincerlo che calciare sarebbe stata più di una follia, ” Diego lì la palla non ci passa, guarda dov’è la barriera, è impossibile fare gol, non provarci.” Ottiene in cambio uno sguardo appena accennato, impossibile convincerlo a non calciare. Pecci tocca la palla, Scirea e Cabrini lasciano la barriera per posizionarsi in marcatura. Il numero 10 abbassa il corpo, regala una piccola carezza alla palla di sinistro, in maniera incredibile la palla prende velocità e Tacconi capisce che pur provandoci quella palla non l’avrebbe mai potuta sputare fuori. Il San Paolo è una smorfia unica, occhi sgranati, mani alla testa e bocca aperta. I presenti in quella uggiosa giornata assistono ad una delle gemme della storia di questo gioco, a Fuorigrotta rinasce una leggenda e con lui nasce il primo ed unico triumvirato calcistico campano. Impressa nella memoria di un genio, in un pomeriggio grigio illuminato da una sfera bianca che per qualche secondo ha illuminato d’immenso le terre falcidiate dai problemi, terre come quella natia di Diego.

Qualche anno più avanti dirà “la pelota no se mancha”. La palla però oggi è sempre più sporca, magari per tanti resta solo uno stupido gioco ma se fermiamo il tempo per soli 180 secondi su quello che resta di quella magia allora si, allora la palla torna a risplendere di luce propria, pulita come non mai.

Muchas gracias Diego, para siempre simplemente el futbol.