Savoia

Settori ospiti chiusi e tifosi ghettizzati a prescindere: il caso Cavese – Savoia è un esempio lampante

Ancora una volta il calcio italiano si trova a fare i conti con un tema che, stagione dopo stagione, sembra non trovare una soluzione: la chiusura dei settori ospiti e le restrizioni imposte alle tifoserie organizzate. L’ennesimo caso riguarda il Savoia, che ha espresso pubblicamente il proprio dissenso per il divieto disposto in vista della sfida di sabato sera contro la Cavese.

Una decisione che, secondo il club, arriva come un fulmine a ciel sereno, soprattutto alla luce del comportamento tenuto dai propri sostenitori nel corso della stagione. Il Savoia rivendica infatti una serie di trasferte affrontate senza particolari criticità e sottolinea come anche appuntamenti considerati ad alto rischio, tra cui quello di Caserta, siano stati vissuti dalle tifoserie con responsabilità e rispetto delle regole.

Il punto sollevato dalla società è tutt’altro che secondario: quanto può essere efficace una politica che continua a penalizzare un’intera tifoseria sulla base di precedenti ormai lontani, ignorando i comportamenti recenti? Se una comunità di tifosi dimostra concretamente di aver intrapreso un percorso differente, dovrebbe essere possibile valutare anche quel cambiamento.

Ed è proprio qui che si inserisce la questione più ampia della cosiddetta ghettizzazione del tifo. Troppo spesso, soprattutto quando si parla di ultras, il tifoso organizzato viene considerato prima ancora che possa dimostrare il proprio comportamento. Un settore ospiti chiuso non colpisce soltanto chi eventualmente abbia commesso irregolarità: finisce per coinvolgere anche migliaia di persone che vorrebbero semplicemente seguire la propria squadra in trasferta.

Naturalmente la sicurezza degli stadi e dell’ordine pubblico rappresenta una priorità e le autorità hanno il compito di adottare le misure che ritengono necessarie. Ma proprio per questo sarebbe auspicabile che tali provvedimenti fossero proporzionati, motivati e realmente collegati alle situazioni di rischio, evitando che il passato diventi automaticamente una sentenza senza scadenza.

Il comunicato del Savoia pone dunque una domanda che va oltre la singola partita contro la Cavese: se il comportamento corretto non viene riconosciuto, quale valore assume il percorso di responsabilizzazione richiesto alle tifoserie?

Il calcio ha bisogno di sicurezza, ma anche di partecipazione. Ha bisogno di regole, ma anche della capacità di riconoscere quando quelle regole vengono rispettate. Perché impedire sistematicamente le trasferte non può diventare l’unico strumento attraverso cui affrontare le problematiche legate al tifo organizzato.

Il passato deve certamente essere ricordato e, quando necessario, sanzionato. Ma non può trasformarsi in una condanna permanente per chi dimostra concretamente di voler cambiare. Altrimenti il rischio è quello di allontanare proprio quella parte di pubblico che gli stadi, invece, dovrebbero provare a riportare al centro.

Foto: Izzo