Lucarelli e la protesta dei tifosi contro i divieti: “Se rinasco voglio fare il prefetto”

Le parole di Cristiano Lucarelli hanno riaperto una ferita che nel calcio italiano continua a sanguinare: la gestione dell’ordine pubblico attraverso divieti di trasferta sempre più frequenti e generalizzati.

L’allenatore non ha usato mezze misure: «Se rinasco, voglio fare il prefetto o il questore. Prendo il mio stipendio, non vado a cercare rogne, tengo tutti a casa e ho fatto il mio lavoro. Poi ci sono le coppe europee, arrivano tifosi da fuori a fare danni nelle nostre città ma divieti lì non li vedo». Parole che hanno provocato l’apertura di un fascicolo da parte della Procura federale, ma che hanno trovato anche ampia eco tra diverse tifoserie italiane.

Perché il tema sollevato da Lucarelli va oltre il singolo episodio che ha coinvolto il Livorno. È una questione che riguarda migliaia di appassionati: fino a che punto è accettabile impedire a un’intera tifoseria di seguire la propria squadra per prevenire possibili problemi di ordine pubblico?

La sicurezza viene prima di tutto, questo è fuori discussione. Ma sicurezza non dovrebbe diventare automaticamente sinonimo di porte chiuse, trasferte vietate e tifosi confinati nel proprio territorio.

E in Campania c’è un esempio particolarmente significativo: quello della Cavese.

La tifoseria metelliana ha vissuto una stagione 2025/26 segnata da restrizioni estremamente pesanti, con trasferte sistematicamente precluse o sottoposte a limitazioni. A marzo 2026, per esempio, la Prefettura di Potenza dispose il divieto di vendita dei tagliandi ai tifosi della Cavese per la gara contro il Potenza.

Una situazione che ha alimentato una protesta destinata a protrarsi anche nella stagione successiva. Nell’agosto 2026 sono infatti tornate le limitazioni per i sostenitori metelliani, mentre per Bari-Cavese è stata prevista la possibilità di acquistare il biglietto nel settore ospiti esclusivamente attraverso il programma di fidelizzazione.

Una tifoseria che, per lunghi periodi, si è ritrovata privata della possibilità di vivere quella che dovrebbe essere una componente naturale del calcio: la trasferta.

Ed è proprio qui che la provocazione di Lucarelli diventa difficile da ignorare.

Perché quando una misura viene reiterata per mesi, fino a diventare quasi una consuetudine, il rischio è che il provvedimento eccezionale finisca per trasformarsi nella normalità. E a quel punto non si parla più soltanto di ordine pubblico: si parla del rapporto tra istituzioni, calcio e tifoserie.

Punire preventivamente migliaia di persone per il comportamento di pochi è davvero l’unica strada possibile?

Questa è la domanda che molte tifoserie italiane stanno ponendo, schierandosi pubblicamente contro una politica dei divieti che, ai loro occhi, finisce per colpire indistintamente chi si comporta correttamente e chi invece commette reati o provoca disordini.

Il problema non è sostenere che le autorità non debbano intervenire. Al contrario: devono farlo quando esistono concreti rischi per la sicurezza. Ma la discussione riguarda il modo in cui intervenire e soprattutto la proporzionalità delle misure adottate.

Perché impedire a un’intera provincia di andare allo stadio significa coinvolgere anche chi non ha alcuna responsabilità individuale.

E così il calcio rischia lentamente di diventare un mondo nel quale il tifoso può assistere alla partita soltanto quando gioca in casa. Una sorta di ghettizzazione del tifo, nella quale la trasferta non viene più considerata parte integrante della cultura calcistica, ma un problema da eliminare preventivamente.

Lucarelli ha scelto una provocazione forte. E adesso rischia di pagare anche sul piano disciplinare per averla pronunciata. Ma il fatto che tante tifoserie abbiano riconosciuto nelle sue parole una questione che le riguarda direttamente dovrebbe forse spingere a discutere del problema invece di limitarsi a censurare il tono utilizzato.

Perché una domanda rimane: è davvero più semplice vietare una trasferta che assumersi la responsabilità di organizzare e gestire una trasferta?

Se la risposta fosse sempre il divieto, allora avrebbe ragione Lucarelli almeno su un punto: tenere tutti a casa sarebbe certamente la soluzione più semplice.

Ma non necessariamente quella che il calcio italiano dovrebbe accettare come normalità.

Editoriale di Francesco Nettuno