Napoli, mercato al ribasso: più dubbi che certezze, ma ora parlerà il campo

NAPOLI – Due soli innesti realmente destinati a rinforzare la prima squadra, una lunga lista di prestiti e operazioni costruite soprattutto per alleggerire la rosa. Il Napoli chiude una sessione di mercato che lascia più interrogativi che certezze. E stavolta sarebbe troppo semplice puntare il dito esclusivamente contro Giovanni Manna.

Il direttore sportivo qualche errore lo ha certamente commesso, ma il quadro complessivo racconta una strategia societaria più complessa. Dopo l’estate faraonica vissuta dodici mesi fa per accontentare Antonio Conte, il Napoli ha cambiato radicalmente registro. Se allora Aurelio De Laurentiis aveva messo a disposizione del tecnico un tesoretto costruito negli anni, investendo pesantemente sulla rosa, questa volta la sensazione è che si sia tornati alla vecchia filosofia delle operazioni studiate, dei bilanci da tutelare e delle trattative portate avanti fino all’ultimo secondo. Il risultato, però, è un mercato difficile da comprendere per una squadra che arriva da uno scudetto, un secondo posto e una Supercoppa Italiana conquistati nell’ultimo biennio con Conte.

Favasuli e Badiashile: troppo poco?

I due innesti effettivamente destinati a incidere sulla rosa di Massimiliano Allegri sono Costantino Favasuli e Benoît Badiashile. Il primo arriva dal Catanzaro e rappresenta un’alternativa sulle corsie esterne, mentre il secondo arriva dal Chelsea e offre una soluzione importante per il reparto arretrato. Due operazioni sensate, soprattutto considerando le esigenze della rosa, ma la domanda resta inevitabile: possono bastare per una squadra chiamata ad affrontare Serie A, Champions League e Coppa Italia?

Dinis Rodrigues e Mattia Esposito rappresentano invece operazioni soprattutto prospettiche, giovani sui quali il club può costruire il futuro ma che non possono essere considerati rinforzi immediati per Allegri. E allora il confronto con la scorsa estate diventa inevitabile. Con Conte il presidente aveva sostanzialmente deciso di investire buona parte del tesoretto costruito attraverso anni di gestione oculata. Una scelta che, alla luce dei risultati, non può essere definita sbagliata: Conte ha riportato il Napoli allo scudetto, ha conquistato una Supercoppa e ha chiuso il secondo anno con un prestigioso secondo posto.

Dal mercato di Conte alla prudenza di De Laurentiis

Proprio per questo diventa difficile comprendere il cambio di rotta così netto. Lo stesso Conte, già durante la stagione, aveva fatto capire che alcuni degli investimenti estivi non avevano prodotto quanto ci si aspettava. Lucca e Lang, acquistati per rappresentare due pedine importanti del progetto, non si sono rivelati i profili forti che il Napoli immaginava, tanto da finire nuovamente sul mercato. Il paradosso è evidente: prima si è speso tanto per accontentare Conte, poi si è dovuto lavorare per liberarsi di diversi giocatori acquistati durante quella stessa rivoluzione.

Manna non è comunque esente da responsabilità. Una rosa arrivata a comprendere un numero enorme di calciatori sotto contratto e rientrati dai prestiti rappresentava già di per sé un problema. Il direttore sportivo ha dovuto lavorare soprattutto sulle uscite e il mercato azzurro è stato condizionato per settimane dalla necessità di smaltire gli esuberi prima ancora di poter costruire la nuova squadra.

Ed è proprio qui che nasce un’altra perplessità. Prestiti con diritto di riscatto, opzioni e formule che consentono ai club interessati di rimandare la decisione definitiva: una strategia che può essere utile per alleggerire nell’immediato il monte giocatori, ma che rischia di non produrre grandi benefici economici nel futuro. Quanti di questi calciatori torneranno valorizzati? Quanti verranno realmente riscattati? E quanti, invece, tra dodici mesi torneranno a Castel Volturno costringendo il Napoli a ricominciare da capo?

E intanto Gila e Zeballos…

C’è poi un altro aspetto che fa riflettere. Il Napoli aveva individuato profili come Mario Gila ed Exequiel Zeballos, giocatori sui quali aveva lavorato e che rappresentavano obiettivi importanti per difesa e attacco. Alla fine nessuno dei due è arrivato. Ed è qui che torna in discussione De Laurentiis, perché il presidente, dopo un biennio nel quale aveva lasciato spazio alle esigenze di Conte, sembra essere tornato alla strategia delle trattative lunghe, delle valutazioni economiche esasperate e delle operazioni portate avanti fino allo sfinimento. Il mercato, però, non aspetta. Gli altri club si muovono, chiudono, investono e programmano. Il Napoli spesso tratta, valuta, aspetta e quando finalmente decide di affondare il colpo rischia di scoprire che il giocatore ha già scelto un’altra destinazione. Non è una questione di spendere cifre folli ogni estate. È una questione di tempismo.

Allegri eredita una squadra ancora da costruire

Adesso tutto passa nelle mani di Massimiliano Allegri. L’ex tecnico della Juventus ha vinto tanto, ma è altrettanto vero che nella sua esperienza bianconera ha quasi sempre avuto a disposizione rose fortissime e, in diversi periodi, una concorrenza nazionale non particolarmente attrezzata. Il Napoli è stata una delle poche squadre capaci di mettere realmente in discussione quel dominio per alcuni tratti. Allegri dovrà quindi dimostrare di saper costruire qualcosa anche senza avere una rosa nettamente superiore alle concorrenti, convivendo con una squadra che, almeno nelle prime uscite, non sembra ancora avere una fisionomia tattica completamente definita.

La vittoria di Genova, 2-0, è arrivata nel finale dopo una gara molto equilibrata, mentre contro il Como è arrivata una sconfitta interna per 2-1, con gli azzurri protagonisti anche di diversi errori individuali e difensivi. Due partite non possono certamente bastare per emettere sentenze e sarebbe assurdo farlo il primo settembre, ma nemmeno bisogna fingere di non vedere ciò che il campo sta mostrando. Il gioco appare ancora lento, prevedibile e a tratti lezioso, mentre alcuni meccanismi devono essere necessariamente registrati. Il problema è che, contemporaneamente, il mercato non ha consegnato ad Allegri quella quantità di soluzioni che ci si sarebbe aspettati dopo una stagione conclusa al secondo posto e con la qualificazione alla Champions League.

Napoli, niente drammi ma nemmeno alibi

Il pessimismo che si respira in città è comprensibile. Non bisogna fasciarsi la testa prima di rompersela, perché il Napoli ha giocatori di assoluto livello, una rosa comunque competitiva e un allenatore che conosce perfettamente il calcio italiano. Ma le premesse, oggi 1 settembre 2026, non sono certamente rosee.

Il Napoli ha scelto una strada precisa: contenere gli investimenti, sfoltire la rosa, puntare su formule più prudenti e affidarsi soprattutto a ciò che già aveva in casa. È una strategia legittima, ma comporta dei rischi. E se Manna dovrà dimostrare di essere all’altezza della responsabilità affidatagli, De Laurentiis dovrà assumersi la propria parte di responsabilità, perché il direttore sportivo non può essere contemporaneamente l’artefice di ogni scelta e il parafulmine di ogni problema societario.

Lo scudetto conquistato con Conte ha dimostrato che investire può pagare. Il secondo posto e la Supercoppa hanno confermato la bontà del progetto. Adesso, però, il Napoli ha scelto di fare il contrario: meno mercato, più gestione; meno investimenti, più valorizzazione; meno rivoluzione, più continuità. Sarà il campo a stabilire se si è trattato di una scelta intelligente o dell’ennesima occasione persa. Perché una cosa è certa: dopo un’estate di mercato così prudente, ad Allegri non resteranno molte scuse. Ma nemmeno alla società.

Editoriale a cura di Francesco Nettuno