Akropolis, il direttore Sodano si presenta: «Un progetto che mi ha coinvolto»

Dopo alcuni anni lontano dal calcio, Damiano Sodano è tornato in campo con un nuovo ruolo, entrando a far parte del progetto Akropolis nelle vesti di direttore organizzativo. Una scelta legata soprattutto al rapporto umano con le persone che hanno dato vita alla nuova realtà agropolese e alla volontà di contribuire a un progetto che punta a valorizzare il territorio, i suoi calciatori e la propria identità.

Dal percorso con il San Marco Agropoli alla nuova esperienza con l’Akropolis, Sodano racconta le motivazioni che lo hanno spinto a rimettersi in gioco, gli obiettivi della società e il significato del ritorno ai colori biancorossi, legati alla storia del calcio agropolese.

Questa l’intervista del direttore Sodano rilasciata a Sport Campania:

Direttore Sodano, come si sta trovando in questa nuova realtà dell’Akropolis? Quali sono le sue prime sensazioni?

«Conosco bene il gruppo di persone che compone l’Akropolis, perché sono tutte persone del paese con le quali ho avuto modo di rapportarmi nel corso degli anni. Le prime sensazioni sono assolutamente positive, anche perché tornare a vivere da vicino il mondo del calcio dopo tre anni rappresenta per me una bella emozione. Ho ritrovato un ambiente sano, composto da amici e persone che condividono principi importanti, con la voglia di giocare, fare sport e soprattutto di portare il nome di Agropoli in giro».

Quanto è stata importante l’esperienza al San Marco Agropoli, oggi Atletico Agropoli, per la sua crescita professionale?

«Il San Marco Agropoli è stata un’esperienza fantastica e fondamentale per il modo in cui affronterò da oggi in avanti il mondo del calcio. È stata una società ideata e fondata da me, con il coinvolgimento di 17 soci ai quali affidai ruoli e responsabilità. Io ricoprivo il ruolo di direttore generale e non di direttore organizzativo, perché seguivo e coordinavo il lavoro degli altri dirigenti, guidandoli e organizzandone le funzioni.

In quell’esperienza ho anche avuto la possibilità di dare spazio e un’opportunità a tante persone che, successivamente, si sono dimostrate capaci nel mondo del calcio. Credo di aver avuto anche un certo intuito nel riconoscere e valorizzare determinate figure. Il mio estro, in fondo, è sempre stato l’organizzazione, ciò che so fare meglio, accompagnata da un pizzico di fantasia che spesso può dare uno sprint in più anche all’immagine di una società».

Qual è l’obiettivo dell’Akropolis? E quanto contano il rapporto umano e la valorizzazione dei calciatori agropolesi?

«Credo che l’Akropolis debba tornare, quantomeno dal punto di vista calcistico, nella categoria che aveva conquistato e nella quale era riuscita a salvarsi: la Prima Categoria. Parallelamente, però, l’obiettivo sportivo deve essere accompagnato dalla capacità di coinvolgere il maggior numero possibile di persone del paese e dei territori limitrofi.

Questo vale anche a livello societario e dirigenziale. Bisogna dare spazio alle persone di buona volontà che magari non vengono prese in considerazione dai club più grandi, ma che hanno valori e possono dare tanto sia al mondo dello sport sia al tessuto sociale.

Per me il rapporto umano è fondamentale in qualsiasi cosa si faccia nella vita: nello sport, nel lavoro e in ogni altra attività. Non siamo robot e il rispetto delle persone non può mai venire meno. Mi auguro quindi che questa società riesca a valorizzare tanti ragazzi di Agropoli che amano il calcio e vogliono vivere questa passione».

Avete presentato il nuovo progetto legandolo alla storia del calcio agropolese e riscoprendo il colore rosso. Quanto può essere forte questo legame con la storia e con l’identità della città nel rappresentare un appello ai tifosi affinché vengano a sostenere la squadra?

«Credo che ogni club debba avere i propri colori sociali, che possono nascere da una scelta personale, essere legati alla storia oppure a determinate circostanze. Non penso che in una città, anche se nascono dieci squadre di calcio, debbano necessariamente avere tutte gli stessi colori.

Con questo nuovo progetto abbiamo preferito scegliere un’identità cromatica tutta nostra, il bianco e il rosso, riprendendo un antico colore utilizzato dall’Agropoli nel 1930. Non c’è nulla di discriminante nei confronti degli altri, ma semplicemente la volontà di avere qualcosa che possa identificarci più velocemente e renderci riconoscibili.

Per quanto riguarda il nome, invece, Akropolis rappresenta la storia stessa della città: è l’antico nome greco di Agropoli, legato alla sua origine e al significato di città posta in alto. Credo quindi che nome, colori e identità possano contribuire a creare un legame con la storia e con il territorio».

Visto l’interesse di altre società, anche di categorie superiori, come mai ha accettato proprio il progetto Akropolis?

«È vero, sono stato fuori dal calcio per tre anni e negli anni passati mi erano state proposte anche esperienze in società che oggi militano in categorie superiori. Come tutte le cose, però, deve arrivare il momento giusto.

Quest’anno non ho fatto una scelta: sono stato scelto. Un giorno una sola persona di questa società mi ha chiamato dicendomi che voleva parlarmi. Quando sono arrivato all’incontro, mi sono trovato davanti dodici persone, tutte entusiaste di avermi lì. Vedendo la stima e l’affetto che mi stavano dimostrando, non potevo tirarmi indietro. Ho sentito di dover dare una mano a questa società, a queste persone e soprattutto a questi ragazzi.

Spero di essere all’altezza di un club fatto di persone semplici e umili. E poi, da buon cristiano, credo che nella vita bisogna sempre dare una mano a chi ne ha più bisogno».