Correva l’anno 1980, era il 9 maggio e il calcio italiano cambiò, il Consiglio federale approvava il ritorno degli stranieri in Serie A. Ma pechè c’era un blocco? Si, c’era, ma precisiamo. Estate 1966, si gioca l’ottava edizione del campionato mondiale di calcio, all’epoca riconosciuto come coppa del Mondo Jules Rimet. Paese ospitante l’Inghilterra, che vincerà la competizione superando in semifinale il Portogallo del grande Eusebio e in finale battendo la Germania Ovest di Beckenbauer ai supplementari, ma che dopo non vincerà praticamente più nulla. E l’Italia? Gli azzurri guidati Edmondo Fabbri, non risuscirono a superare il girone. Nonostante l’ottima partenza con la vittoria sul Cile, arriva prima la sconfitta con l’Unione Sovietica e poi il disastro con la Corea del Nord con la rete di Pak Doo Ik, che da caporale dell’esercio nordcoreano ottenne la promozione a sergente. Le colpe di questa disfatta, neanche a dirlo, furono scaricate sugli oriundi, per aver contaminato in negativo il calcio nostrano. Solo agli stranieri già presenti in Italia fu permesso di restare. La mossa si rivelò efficace, visto la vittoria dell’Europeo del 1968, ma anche controproducente per i club in campo continentale. Nella stagione 1980/81 si decise però ad operare il cambiamento. Un cambiamento voluto anche per un altro caso, non proprio edificante.
L’Italia calciofila era recude dallo scandalo calcioscommesse, quello che è passato alla storia col nome di Totonero e che vide conivolti giocatori, dirigenti e società tra Serie A e B. Vennero condannate dalla giustizia sportiva Avellino, Bologna, Lazio, Milan e Perugia in A, mentre Palermo e Taranto in B. Quindi si aveva il bisogno di scuotere il calcio italiano da questo scandalo cercando il giusto rilancio.
Furono undici gli stranieri ad arrivare, tutti ottimi calciatori come Krol che vesitì a maglia del Napoli, Juary quella dell’Avellino, senza dimenticare Bertoni della Fiorentina, Brady alla Juventus, Prohaska all’Inter e Van de Korput al Torino. Il fuoriclasse, però, fu Paulo Roberto Falcao, destinato a diventare “l’ottavo re di Roma” riportando lo scudetto in giallorosso. L’unica eccezione negativa fu Luis Silvio, che vestì ingloriosamente la maglia della Pistoiese, per poi tornare in Brasile a gestire un chiosco di bibite sulla spiaggia, dopo altre esperienze poco edificanti in patria. Fu poi la volta del “bello di notte” Zibì Boniek e de’ “le roi” Michel Platini, col passare del tempo arrivò anche Arthur Antunes Coimbra, al secolo Zico, che vestì la maglia dell’Udinese via Flamengo. Nel 1984 divenne l’anno della divinità, Diego Armando Maradona firmò col Napoli e cambiando la storia del club partenopeo ed entrando nella storia dello stesso grazie a due scudetti, una coppa Italia e una coppa Uefa.Un simpatico via vai, da Van Basten a Batistuta, da Socrates a Rumenigge, il fenomeno Ronaldo, la lista si allungherebbe con Gascoigne, Rui Aguas, Futre, Sergio Fortunato e tanti altri, come Eneas del Bologna che, scoperta le neve decise che non era di suo gradimente e quindi optò per un ritorno in Brasile. Fino ad arrivare ai giorni nostri con i vari Eto’o, Dybala, Cristiano Ronaldo, Mertens, Hamsik, Cavani e Ibrahimovic.
Tanti campioni, tanti fuoriclasse indimenticabili hanno raggiunto dal 9 maggio 1980 il Belpaese, ma anche tanti bidoni che non hanno lasciato il segno, ma solo un ironico ricordo nelle menti dei tifosi più attempati e negli archivi di “Mai dire Gol”. Un ritorno degli stranieri che, ai giorni nostri, è diventato nuovamente argomento di discussione. Come dire, una ruota che gira e che non si ferma mai.




