Sport & Cultura. Dal pallone alla penna, Sergio Mari si reinventa: “Iniziai a leggere da calciatore, ecco il mio consiglio”

“Del calcio non ne potevo più” – Una frase con cui nel 2015 Antonio Giordano chiudeva una parte dell’articolo su Sergio Mari. Ex centrocampista, ex mediano. Veniva definito il calciatore dalle buone maniere perchè nella sua carriera calcistica i libri sono diventati i migliori amici dell’ex Cavese.

“Fino a 17 anni non avevo mai letto un libro –si racconta ai nostri microfoni- Sono un ragazzo di strada, cresciuto per strada, poi quando ho iniziato a giocare a calcio ho iniziato a leggere. Praticamente ho passato i miei 15 anni da calciatore sempre a leggere. Capisci che ero un po’ isolato perchè avevo interessi diversi dai miei compagni, ma questo non vuol dire che non ci fosse un buon rapporto con loro o che non volessi loro bene. Semplicemente avevamo degli interessi e delle vite diversi. Molti ancora oggi si ricordano di me come quello che leggeva e che aveva sempre “La Repubblica” sotto il braccio, perchè la compravo ogni giorno. E’ stato inusuale allora, è inusuale anche adesso. L’obbligo di andare a scuola c’era anche prima quando eri nei convitti, ma la vita ti portava ad avere stimoli differenti, c’era uno stile di vita impegnato e quasi ti costringevano, metaforicamente parlando, a non andarci. Essere professionista significa avere una vita scandita dagli impegni e non sempre è facile ritagliarsi il tempo per altre passioni, ancor di più questa. Pensa che nel ’91 persi il mio posto da titolare perchè non mi ero allenato per andare a fare un esame all’Università”.

Lettura e calcio, il dualismo calciatore=illetterato, bastone e carota da parte di Sergio Mari: “Il momento di leggere lo trovi solo se sei sereno, se gira tutto bene. Questo proprio perchè, come ho detto, la vita da calciatore ti porta ad avere degli stimoli particolari, esterni che ti portano a concentrarti su altre cose. Quindi, se vinci, sei sereno allora riesci a mettere da parte il calcio, mentre se va tutto male, i tifosi contestano, rischi la retrocessione. Beh in quel caso nemmeno io riuscivo a concentrarmi nella lettura, proprio questi stimoli che ti portano a concentrarti su quello che dovrai fare domenica”.

Dal pallone alla penna, al teatro, all’actor Studios: “Come ho detto altrove non ne potevo più del calcio. Mi sono ritirato nel bel mezzo del campionato, era marzo. Fu dopo un episodio particolare: in quanto capitano fui accerchiato dai tifosi. Avemmo un colloquio, loro volevano capire, non giocate bene, ma che succede. Insomma le solite cose, dopo quell’incontro decisi di smettere. Capii che quel mondo non era il mio. Era un mondo che non mi apparteneva più. Ho iniziato a studiare. In primis ho aperto una galleria d’arte. Ho lavorato per 12 anni nel mondo dei quadri, poi tra la presa di coscienza di voler regalare un’emozione al pubblico e la necessità di avere fondi praticamente illimitati, ho deciso di mettermi a studiare. Ho studiato le danze paesane, l’arte delle marionette e dei burattini, ho studiato per diventare attore. Per cinque anni mi sono formato e ora vivo di questo. Non credere, so quanti mi hanno preso in giro all’inizio, quanti hanno pensato che non ce l’avrei fatta. Adesso, invece, ho i frutti del mio lavoro, quello che amo, che mi piace e che non mi pesa affatto”.

Sergio Mari da “Sei l’odore del borotalco” ai libri degli attuali calciatori. Una trama diversa, un modo di vivere e vedere la scrittura in maniera differente, quasi parallela: “Pochi sono i calciatori che scrivono da sè. Tra questi c’era Vendrame. Era un poeta immenso. Molti dei calciatori che attualmente scrivono i libri, sono contattati dai giornalisti che propone loro di scrivere un libro. Ovviamente poi parleranno delle imprese calcistiche. Una furbata. Io ho scritto “Sei l’odore del borotalco” cercando di educare, di far capire alla gente che in mezzo a quel campo c’è un uomo che forse a casa ha dei problemi seri. Non c’è solo un calciatore. Gli altri si mettono poco a nudo proprio per questo motivo. I libri sono scritti da altri e non vanno a toccare l’intimità dell’uomo”. 

Calcio come fede, vita, passione, ma non arte: “Il calcio non credo che sia arte. Un calciatore, anche prendendo come esempio Maradona o Ronaldo, esegue il suo talento, affina le sue capacità Se io ho iniziato a giocare che ero bravo 7 per arrivare a 7.5 ci ho dovuto mettere 15 anni. Questo può fare il calciatore. L’arte è altro: l’artista inventa, sorprende, come detto prima, regala emozioni. Il calciatore nell’esecuzione di un gesto atletico può emozionare, certo, ma per la bellezza del corpo umano, di come il corpo può muoversi. Non lascerà sorpreso, perchè non può inventare qualcosa di diverso da quello che già ti aspetti. Raramente un calciatore inventa. Arte è una concezione del mondo a 360°. La bella giocata è un lampo, ti emozione per pochi secondi. L’artista rivoluzione, scopre, ha una visione completa”.

Per chiudere. Cultura e calcio un dualismo che può esistere: “Parlando dei calciatori che giocano nelle categorie minori, ricordiamo sempre che esiste un Ronaldo e poi ci sono tanti altri che prendono 2mila euro al mese. Li chiamo operai del pallone. Beh, a loro non posso che raccontare la mia esperienza. La cultura, la lettura mi è servita molto non tanto nella vita da calciatore, ma in quella dopo. La cultura aiuta già in campo, perchè l’arbitro o il presidente hanno un atteggiamento differente, un comportamento e un linguaggio differente. Pensano “questo non lo posso fare fesso”. Questo ti rende forte. La cultura è un’arma in più. Mi ha mantenuto con i piedi per terra e una volta appese le scarpette al chiodo mi hanno permesso di rimettermi in gioco con maggior sicurezza. Quindi io consiglio di leggere, seguire il teatro, la musica, perchè si impara molto, anche ascoltando le canzoni, come quelle di De Andrè. La cultura ti mette in tasca un’arma che puoi usare sempre, ti dà personalità, ti dà libertà che sono necessarie nella vita dopo il calcio, quelle che ti fanno affrontare le difficoltà con maggiore sicurezza”.