Palla in bianco…il calcio in tribunale tra aste e fallimenti

Manca circa un giorno e mezzo al processo fallimentare del Parma che si terrà il prossimo gioved√¨ 19 marzo. La Lega Calcio ha delle norme che, tra le altre cose, dispone il comportamento da assumere nei confronti di società che dichiarano fallimento. La NOIF impone che in caso di fallimento alla società sportiva viene revocata l’affiliazione con la duplice conseguenza dello svincolo di autorità dei calciatori tesserati e della perdita del titolo sportivo. In altre: parole se una società sportiva dichiara fallimento durante il corso della stagione ed il tribunale dispone la continuità temporanea dell’esercizio di impresa, tale società non riceverà la revoca del titolo sportivo. In questo caso si disporrà la vendita della società arricchita (subordinatamente alla delega della Federcalcio n.d.r.) di titolo sportivo e ed eventualmente i contratti dei tesserati. √à un po’ quello che sta succedendo al Parma di Manenti in questi giorni.

Il Parma, che fino a novembre 2014 era di proprietà di Tommaso Ghirardi, è in fase di vero e proprio tracollo. Acquistata nel 2008 a seguito del crack Parmalat e salvato grazie alla Legge Marzano, (Legge che prevedeva l’intervento immediato di una procedura di amministrazione straordinaria che aveva il compito di trovare ed attuare un piano di ristrutturazione dell’impresa in 180 giorni con una possibile proroga di 90 giorni, n.d.r.) ed al cambio di denominazione, Ghirardi ha ereditato, oltre al titolo sportivo anche i debiti della vecchia società. Si parla di un buco finanziario di circa 16 milioni di euro esistenti già dal 2006. Al termine della stagione 2013/2014, il Parma di è qualificata ai preliminari di Europa League, ma a causa del pagamento ritardato dei contributi Irpef pari a circa 300 mila euro, la Lega non ha rilasciato la licenza UEFA che avrebbe permesso ai ducali di partecipare alla competizione. A novembre 2014 la società è stata venduta ad un’altra società russo-cipriota il cui co-presidente era Taci. Con il nuovo anno sono emerse, però, le reali condizioni finanziarie dei gialloblù: un debito di 197 milioni, al netto 97 milioni. I tesserati, dai calciatori ai magazzinieri ai cuochi, non ricevono lo stipendio da luglio 2014. A febbraio la società viene venduta al prezzo di un euro a Giampietro Manenti, che garantisce il saldo delle insolvenze. I soldi, però, non arrivano. Lo scorso 16 febbraio la società viene messa in mora. La Lega si mobilita e grazie ai fondi provenienti dalle multe delle altre società di serie A e altre liquidità, il 6 marzo scorso, vengono stanziati 5 milioni. Questo è il Salva Parma. Questi soldi verranno dati in mano al curatore fallimentare a seguito della decisione che prenderà il Tribunale di Parma nei prossimi giorni. Il motivo di tanta sollecitazione a salvare la società emiliana è da trovare nelle pressioni fatte Sky e le altre emittenti televisive per salvaguardare i loro accordi sui diritti TV, ma anche la premura di tutelare la veridicità del campionato, genuinità messa già in discussione dal rinvio a tempo indeterminato di due partite dopo lo sciopero dei giocatori parmensi. Questa decisione ha fatto infuriare i tifosi delle altre società, molte, che non hanno avuto lo stesso aiuto per salvare le loro squadre del cuore. Approfondiamo qui di seguito i casi di fallimento in Campania.

CASO NAPOLI ‚Äì La SSC Napoli nel 2004, il 31 luglio 2004 è stata dichiarata fallita. Il 2 settembre 2004 Aurelio De Laurentiis acquista la società con la denominazione Napoli Soccer. La cifra dei debiti accumulati dalla gestione Ferlaino, poi Corbelli e in seguito Naldi e Corbelli, equivaleva a 64 milioni di euro. A carico degli inputati Corrado Ferlaino, Salvatore Naldi e Giorgio Corbelli, ci fu l’accusa di bancarotta fraudolenta. Nel 2000 Corbelli acquistò il complesso sportivo Centro Paradiso e successivamente fu affittata dal Napoli a condizioni largamente svantaggiose e peggiori di quelle realizzabili sul mercato. L’altra accusa fu il falso in bilancio. Nel bilancio di ottobre 2001 del Napoli comparivano delle presunte plusvalenze per l’acquisto di calciatori e delle omissioni di vario genere. La dirigenza non adempiva al pagamento di una parte degli stipendi a partire dal novembre 2003, anche perch√© la situazione economica era critica già nel 2002. Quando il Tribunale dichiarò il fallimento vennero, secondo la NOIF, revocate il titolo sportivo e l’affiliazione al campionato di serie B. Se il Napoli avesse denunciato la situazione economica durante la stagione 2003/2004 probabilmente la retrocessione alla serie C1 si sarebbe potuta evitare. Appellandosi al Lodo Petrucci, approvato nel 2004, modificato nel 2008 e abrogato nel 2014, il Napoli si iscrisse con la nuova dirigenza, che non aveva legami con la precedente, alla Serie C1.

Secondo il Lodo Petrucci se una società veniva esclusa dalle competizioni non c’era la dispersione del patrimonio sportivo cittadino per l’assegnazione ad una nuova società il titolo sportivo inferiore di una categoria rispetto a quello in possesso della società esclusa (inferiore di due categorie dal 2008 n.d.r.). Non veniva, però, ereditato il marchio e la denominazione della società, che in seguito si sarebbe potuto comprare in occasione dell’asta fallimentare. Del Lodo potevano beneficiare tutte le società appartenenti a tutte e tre le categorie professionistiche. Dal 2008 solo le società appartenenti alle serie A e B. Tali squadre beneficiarie dovevano essere assegnate alla Lega Pro (Prima Divisione per le società che avevano titolo sportivo di Serie A e Seconda Categoria per le società con titolo sportivo di Serie B n.d.r.). A seguito dell’abrogazione, tutte le società che dichiarano fallimento verranno aggregate alla Lega Nazionale Dilettanti, Serie D.

CASO BENEVENTO ‚Äì Lo Sporting Football Benevento nel 2006 fu dichiarato fallito. Il presidente di allora, Giuseppe Spatola, risultò inadempiente a dei pagamenti e fu decisa la retrocessione a tavolino nella Serie C2. Le accuse imputate a Spatola furono: bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, malversazione e truffa. La società aveva un passivo di 3 milioni e 607 mila euro con un attivo di 270 mila euro. Già nella stagione 2004/2005 il bilancio era in continua discesa con l’aumento del buco finanziario compromettendo cos√¨ di l’iscrizione al campionato successivo. L’iscrizione, però con una dichiarazione falsa dei bilanci, avvenne. Dalla società sannita vennero prelevati circa 700 mila euro per poi versarli su conti personali, fondi necessari allo svolgimento dell’esercizio dell’attività sportiva. Furono dichiarati degli acquisti, mai avvenuti, di 4 calciatori che vennero poi venduti allo stesso prezzo all’Avellino. Il tutto per sistemare i bilanci. L’inadempimento riguardava anche degli stipendi nei confronti dei tesserati.

CASO SALERNITANA ‚Äì L’Unione Sportiva Salernitana fu dichiarata fallita per due volte. La prima fu nel 2005 e la seconda nel 2011. Le cause furono però sostanzialmente differenti, ma hanno portato entrambe alla bancarotta della società granata. Nel 2005 la Salernitana fu radiata dal calcio professionistico. L’ex presidente Alberti fu reo di inadempienze economiche e un buco finanziario non indifferente. Per un breve periodo militò in 3¬∞ Categoria, ma successivamente la società venne messa in liquidazione fallimentare. Grazie al Lodo Petrucci, fu creata una nuova società, la Salernitana Calcio 1919, che venne iscritta al campionato di Serie C1. La nuova gestione, però, non portò ad un buon esito. Già nel 2008 iniziarono i problemi societari terminati poi nel 2011 col fallimento, a causa di alcuni finanziamenti a titolo di conferimenti. Nei bilanci furono omessi i debiti esistenti, ma dichiarate delle note di credito emesse nei confronti di società già fallite da anni. Lombardi cercò di salvare la società dal fallimento attraverso: la richiesta delle fidejussioni, il pagamento degli arretrati ai tesserati e la parziale estensione dei debiti. I granata, però, furono esclusi dai campionati professionistici. L’ex presidente Antonio Lombardi, infatti, assieme a Rispoli e Loschiavo furono indagati per bancarotta fraudolenta di natura sportiva e omissione tributava. Il nuovo fallimento fu causato da debiti insanabili. Alla società furono pignorati beni per un equivalente di 1.9 milioni di euro.

CASO AVELLINO ‚Äì Il 2 giugno del 2009 l’ex presidente Massimo Pugliese comunicò la messa in vendita a titolo gratuito della società irpina, che aveva a carico un debito pari a 12 milioni di euro. La mancanza di acquirenti portò alla mancata iscrizione alla stagione successiva del campionato di Lega Pro I Divisione. Il 29 giugno Pugliese provò ad iscrivere la società al campionato di Serie D, la richiesta, fu però, respinta. L’ex Presidente provò quindi con la 3¬∞ Categoria, ma anche qui la squadra fu rifiutata. Il 1 luglio 2009 si dichiararono fallite tutte le possibili trattative di acquisizione della società biancoverde a causa dell’esistenza di un buco finanziario di 4 milioni di euro circa. Dopo circa un anno, il 23 maggio 2010, il logo ufficiale fu pignorato da Equitalia e messo all’asta fallimentare. Il 10 agosto dello stesso anno Walter Taccone, attuale presidente dei lupi, fondò una nuova società, l’Avellino Calcio SSD, che venne iscritta al campionato di Serie D. Nell’ottobre 2010 la vecchia US Avellino fu dichiarata fallita e radiata dalla Federcalcio nel 2011. Nel 2010 Taccone cambiò la denominazione dell’Avellino Calcio SSD in Avellino Calcio 1912. Il marchio ufficiale fu comprato, sempre nel 2011, da un vecchio tifoso biancoverde.

CASO SAVOIA E JUVE STABIA ‚Äì La società biancoscudata fall√¨ nel 2001 e le accuse per la dirigenza dell’epoca furono bancarotta fraudolenta e distrazione ed occultamento di scritture contabili. Il debito della società equivaleva a 21 miliardi di lire e fu causato da: ricapitalizzazioni inesistenti, mancati versamenti di contributi e ritenute d’acconto. La società venne accusata anche di cessioni in nero di alcuni calciatori, falsificazione di polizze di fideiussori, plusvalenze fittizie. Questo ebbe come conseguenza la mancata iscrizione al campionato di Serie C1 e il successivo fallimento. L’attuale squadra AC Savoia 1908 è la rinascita dell’Atletico Savoia iscritta al campionato Promozione Campania. Il 17 febbraio del 2011 cambiò denominazione diventando l’AC Savoia 1908.
La Juve Stabia, invece, fall√¨ alla fine della stagiona calcistica 2000/2001. La stagione successiva tornò in auge con il Comprensorio Stabia. Militò per una stagione in Serie D per poi riprendere la vecchia denominazione Juve Stabia.

Cristina Mariano

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