Tredici miliardi di dollari, tre paesi, centoquattro partite. E un ragazzo di Villa Fiorito che aveva ragione su tutto
L’11 giugno 2026 sono iniziati i Mondiali negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Tre paesi, 16 città, 104 partite, 48 squadre, 39 giorni. E circa tredici miliardi di dollari di ricavi attesi dalla FIFA — più delle Olimpiadi, più di qualsiasi altro evento sportivo nella storia dell’umanità. Gianni Infantino lo ha detto lui stesso, senza vergogna: l’obiettivo dichiarato è incassare oltre undici miliardi tra diritti televisivi, sponsorizzazioni e biglietti. Il calcio, dunque. La festa del popolo. La gioia dei poveri.
Ho ascoltato Diego in anni in cui certe cose si dicevano sottovoce, e lui le urlava. Diceva che la FIFA era il parco giochi dei corrotti, l’habitat naturale dei mafiosi in giacca e cravatta. Lo diceva e lo ripeteva. Lo chiamavano pazzo. Nel maggio del 2015, all’alba, la polizia svizzera ha bussato alle porte del Baur au Lac di Zurigo — albergo extralusso dove i dirigenti FIFA tenevano il loro meeting annuale — e ha ammanettato sette alti funzionari dell’organizzazione. Le accuse, formulate dopo anni di indagini dell’FBI americano, coprivano vent’anni di corruzione sistemica: mazzette per i diritti televisivi, tangenti per l’assegnazione dei Mondiali, riciclaggio di denaro. Un imprenditore argentino, Alejandro Burzaco, avrebbe pagato da solo 110 milioni di dollari in bustarelle per aggiudicarsi contratti televisivi in America Latina. Diego aveva ragione. Nessuno gliel’ha mai detto abbastanza chiaramente.
Sepp Blatter, l’uomo che Diego aveva chiamato un dittatore a vita e che gestiva la FIFA con il consenso di un boss mafioso — favori, finanziamenti, fedeltà comprata paese per paese — si dimise pochi giorni dopo gli arresti, nonostante fosse appena stato rieletto per un quinto mandato. Il suo successore, Gianni Infantino, arrivò promettendo pulizia. Oggi si fa riceve Donald Trump nello Studio Ovale. Trump lo chiama il re del calcio e firma un ordine esecutivo sulla sicurezza dei Mondiali. Il cerchio si chiude, come sempre, tra i potenti.
Il formato a 48 squadre — voluto da Infantino e approvato nel 2023 — ha permesso a molte nazioni minori di qualificarsi per la prima volta. Le stesse nazioni che votano nel Congresso FIFA e che costituiscono la base del consenso del presidente. Più squadre significano più partite, più biglietti, diritti televisivi più cari. In Italia, per vedere tutte le 104 partite, bisogna pagare DAZN, che le trasmette quasi tutte in esclusiva. La Rai ne manda in chiaro 35. Il calcio del popolo, appunto.
E poi c’è Diego, e c’è quella storia che torna ogni volta che si parla di FIFA e di America. Era il 30 giugno 1994. Gli stessi Stati Uniti dove si giocano questi Mondiali. Diego era tornato, si era allenato per mesi come un forsennato, aveva perso peso, aveva trascinato l’Argentina con giocate che nessuno avrebbe creduto possibili da un uomo di trentatré anni reduce da una vita vissuta al massimo. Contro la Grecia aveva segnato un gol straordinario, uno di quei gol che fanno sembrare il calcio un’arte. Contro la Nigeria aveva ancora giocato da fuoriclasse. Poi lo avevano portato via, per mano di un’infermiera, verso i test antidoping. Trovato positivo all’efedrina, squalificato. Blatter stesso aveva letto il comunicato. L’efedrina — sostanza usata per tenere il peso — era vietata ai Mondiali ma non dal Comitato Olimpico Internazionale. Il suo procuratore ha sempre parlato di un complotto. L’Argentina, senza di lui, uscì agli ottavi contro la Romania. Diego non giocò mai più un Mondiale.
L’efedrina contro la cocaina. Un giocatore squalificato perché cercava di restare in forma, mentre l’organizzazione che lo squalificava stava costruendo, in quegli stessi anni, il sistema di corruzione che vent’anni dopo avrebbe portato alle manette di Zurigo. Questa è la simmetria che nessun comunicato stampa può cancellare.
Adesso siamo di nuovo qui. Stesso paese, stessa FIFA, stesso circo. Con qualche miliardo in più, qualche partita in più, qualche sponsor in più. Infantino vuole che i Mondiali durino ancora di più, che le squadre siano ancora di più, che i soldi siano ancora di più. Il calcio come industria globale da decine di miliardi — i club comprati da fondi d’investimento come asset finanziari, i giocatori trasformati in brand, i diritti televisivi negoziati su scala planetaria. Diego veniva da Villa Fiorito, un quartiere povero alla periferia di Buenos Aires. Giocava scalzo su campi di terra. Quella storia che lui portava con sé, quella provenienza, era la stessa di milioni di bambini in tutto il mondo che amano il calcio senza sapere che esiste Zurigo, senza sapere che esiste Infantino, senza sapere che il gioco che amano vale tredici miliardi di dollari e non gliene torna neanche uno.
Ecco cosa avrebbe detto Diego, e lo dico anch’io: il calcio non appartiene alla FIFA. Non le è mai appartenuto. Lo ha preso in prestito, lo ha monetizzato, lo ha venduto pezzo per pezzo. Ma ogni volta che un bambino scalzo calcia un pallone in un vicolo di Buenos Aires o di Napoli o di Lagos, quella cosa lì — quella gioia primaria, gratuita, irriducibile — sfugge ancora ai loro contratti. Ed è l’unica cosa che conta davvero.




