69 punti, sesto posto, niente Champions. La Juventus precipita nel baratro di un’era che non riesce a ritrovarsi
C’è una crudeltà particolare nei numeri quando parlano di grandezza decaduta. La Juventus chiude la Serie A 2025/2026 al sesto posto in classifica con 69 punti — un bilancio che, nella sua gelida precisione aritmetica, racconta qualcosa di più di una semplice stagione storta: racconta l’avanzare di una crisi identitaria che i cambi di panchina non hanno saputo arginare, e forse nemmeno comprendere.
Sesto. Non terzo, non quarto. Sesto. Fuori dalla Champions League. Per un club che per quasi un decennio ha incarnato la sinonimia stessa con il dominio del calcio italiano — nove scudetti di fila dal 2012 al 2020, stagioni da novantadue, novantacinque, persino centodue punti — questo risultato ha il peso di una condanna storica.
Le due ombre sulla panchina
La stagione porta la firma — nel senso più amaro del termine — di due tecnici di indubbio lignaggio: Igor Tudor, che ha guidato la squadra nella prima parte, e Luciano Spalletti, chiamato a raddrizzare la rotta nel tentativo di un sussulto d’orgoglio. Entrambi, in modi e tempi diversi, hanno mancato l’obiettivo minimo che la storia e il blasone della Vecchia Signora impongono come soglia invalicabile: la qualificazione al teatro europeo d’élite.
Tudor, allenatore dalla personalità aspra e dalla filosofia intensa, non è riuscito a imprimere alla squadra la solidità necessaria. Spalletti, che aveva trascinato il Napoli al terzo tricolore e guidato la Nazionale, è arrivato nel momento più difficile, eredità avvelenata, spogliatoio che cercava ancora se stesso. Il risultato non è cambiato.
Si tratta di una coppia di allenatori che, sommata, vanta un percorso di tutto rispetto. Eppure Torino li ha inghiottiti entrambi, restituendoli alla storia come corresponsabili di uno dei campionati più grigi mai disputati dalla Juventus nell’era moderna.
Uno specchio impietoso: i confronti storici
Per comprendere la portata del disastro, è necessario guardare indietro. Dal 2004/2005, da quando la Serie A è tornata a venti squadre con il calendario a trentotto giornate, la Juventus ha totalizzato meno punti di questi 69 soltanto in due occasioni — entrambe circostanze segnate da confusione tecnica e umiliazione sportiva.
Nel 2009/2010, la coppia Ferrara-Zaccheroni raccolse appena 55 punti, settimo posto. Nel 2010/2011, Delneri fece appena meglio con 58 punti, ancora settimo. Erano gli anni bui che precedettero la rinascita contiana, l’era di un club che sembrava aver smarrito non solo la vittoria, ma persino la bussola.
Oggi il parallelo è inquietante. Allora seguì la rivoluzione: arrivò Conte, arrivò il tricolore, arrivò una Juventus che per anni avrebbe riscritto la storia del campionato italiano. E adesso? La domanda pende come una spada sul futuro del club.
Per ulteriore tormento comparativo, basti ricordare che nella stagione immediatamente precedente — la 2024/2025 — la Juventus aveva chiuso quarta con 70 punti, sotto la guida alternata di Thiago Motta e Tudor. Solo un punto in più. Una progressione verso il basso così lenta da sembrare quasi metodica.
Venti anni di classifica
| Stagione | Punti | Allenatore/i | Posizione |
|---|---|---|---|
| 2025/2026 | 69 | Tudor – Spalletti | 6° |
| 2024/2025 | 70 | Motta – Tudor | 4° |
| 2023/2024 | 71 | Allegri – Montero | 3° |
| 2022/2023 | 72 | Allegri | 3°* |
| 2021/2022 | 70 | Allegri | 4° |
| 2020/2021 | 78 | Pirlo | 4° |
| 2019/2020 | 83 | Sarri | 1° |
| 2018/2019 | 90 | Allegri | 1° |
| 2017/2018 | 95 | Allegri | 1° |
| 2016/2017 | 91 | Allegri | 1° |
| 2015/2016 | 91 | Allegri | 1° |
| 2014/2015 | 87 | Allegri | 1° |
| 2013/2014 | 102 | Conte | 1° |
| 2012/2013 | 87 | Conte | 1° |
| 2011/2012 | 84 | Conte | 1° |
| 2010/2011 | 58 | Delneri | 7° |
| 2009/2010 | 55 | Ferrara – Zaccheroni | 7° |
| 2008/2009 | 74 | Ranieri – Ferrara | 2° |
| 2007/2008 | 72 | Ranieri | 3° |
| 2005/2006 | 91 | Capello | 1°† |
| 2004/2005 | 86 | Capello | 1°† |
* Retrocessa al 7° posto per la vicenda plusvalenze. † Titolo revocato e retrocessione in Serie B.
La tabella racconta, con la sua algida eloquenza, un’ascesa impetuosa e una discesa che si fa sempre più ripida. Dai centoduedue punti dell’era Conte si è scivolati, progressivamente, verso quote sempre più basse. Il tiro a parabola di una dinastia.
Il problema è mentale, non solo tattico
Osservatori e addetti ai lavori concordano su un punto: il nodo della crisi juventina non è esclusivamente tecnico. Non si tratta soltanto di moduli sbagliati o di mercato mal gestito. C’è qualcosa di più profondo, una frattura nello spirito della squadra, nell’identità di un gruppo che sembra aver perso il filo della propria narrazione vincente. Quella Juventus capace di trascinare le partite nel finale, di vincere le sfide sporche, di imporre la propria volontà agli avversari con la sola forza dell’abitudine alla vittoria — quella squadra sembra lontana. Ciò che rimane è un organico di talento, certamente, ma privo di quella spina dorsale psicologica che distingue le grandi squadre dalle buone squadre.
Il bivio
La Juventus si trova ora di fronte a un classico dilemma da grandi club in crisi: ricostruzione vera o ennesimo rattoppo? L’estate che si apre sarà decisiva non tanto per i nomi che verranno scritti sul libro paga, ma per la chiarezza del progetto che si intende costruire. La storia del calcio insegna che le grandi cadute possono precedere grandi risvegli. Il primo ciclo Conte lo ha dimostrato, nel 2011. Ma la storia insegna anche che i cicli non si ripetono automaticamente, e che la nostalgia del passato è il peggior consigliere per costruire il futuro.
Sessantanove punti e un sesto posto. Sono cifre che bruciano, come devono bruciare. Ma il vero test non è sopportare questo dolore: è capire che cosa costruire sulle sue ceneri.





