Ivan Faustino Canè: “In Italia chi cresce i talenti viene penalizzato. Ma io sono pronto a ripartire”

Dopo anni di lavoro tra vivaio e prime squadre, Ivan Faustino Canè riflette sul calcio italiano, sulle difficoltà di chi proviene dai settori giovanili e sulla sua esperienza recente nelle panchine dilettantistiche. Un dialogo sincero, diretto, senza fronzoli: lo sguardo di un tecnico che vive il calcio come missione, non come passerella.

L’intervista

Ivan Faustino Canè:
«Essere stato un “scopritore di talenti”, in questo caso mi riferisco a Lorenzo Insigne, è quasi diventata una iattura. In Italia chi ha lavorato a lungo nel settore giovanile viene spesso visto come uno che non può allenare una prima squadra. Quando uscii dal Napoli nel 2010, dopo cinque anni, venivo ancora osservato con diffidenza.»

Il problema del calcio italiano

«La crisi del nostro calcio non nasce dalla mancanza di talenti: i ragazzi bravi ci sono. Il problema è che facciamo fatica a valorizzarli. Lo dico con rammarico: io stesso ho iniziato aprendo una scuola calcio, ma un tempo non era così. Non esistevano mille scuole calcio: si andava a fare i provini, c’era una selezione naturale che oggi è sparita.

Non dico che lo sport non debba essere per tutti, ma lo sport che produce qualità si sta affievolendo. Le società investono poco nei settori giovanili, mancano le strutture.

Prendiamo il Napoli: si vanta di essere un club top in Europa eppure non ha un centro sportivo di proprietà dedicato al vivaio. È scandaloso. Noi giravamo per i campi di Napoli e provincia senza una sede fissa, e così non si crea appartenenza. Poi ci sorprendiamo quando i talenti vanno altrove.

Ricordo che con la Primavera avevamo solo tre o quattro ragazzi sotto contratto. Se non si investe nei giovani, se non ci si crede, il problema non è dell’allenatore “di turno”. E persino i tifosi ormai guardano più alle squadre di club che alla Nazionale.»

Le ultime esperienze e le difficoltà recenti

«Sono fermo dall’esperienza di Villa Literno. Venivo da un grande risultato con il Rione Terra, una vera impresa. Scelsi di restare perché credevo nel progetto, anche se era fragile e problematico. Mi aspettavo il sostegno della società… invece sono stato esonerato dopo una sola partita, e prima ancora era stato mandato via il direttore sportivo.

A novembre accettai il Villa Literno: arrivai con entusiasmo, loro erano convinti di avere una squadra da playoff. Iniziammo bene, poi per motivi inspiegabili la mia esperienza finì dopo tre mesi.

Successivamente ho dovuto affrontare problemi personali e fisici, quindi la scorsa stagione mi sono preso del tempo per recuperare. Ho parlato con un club di Promozione, ma non ho accettato: non era il progetto giusto.»

Oggi

«Oggi è facile finire nell’oblio. Questo “out” mi ha quasi fatto scivolare nel dimenticatoio. Ma io non sto fermo: mi aggiorno, guardo tante partite, perché il calcio evolve e non puoi restare ancorato ai vecchi principi.

Sono carico per un nuovo progetto: aspetto solo la società giusta. Le società davvero organizzate, e parlo di organizzazione più che di soldi, purtroppo sono poche.

Sappiamo tutti che si vive di risultati, ma i dirigenti devono saper valutare il lavoro di un allenatore. Altrimenti la figura dell’allenatore perde importanza, e questo danneggia tutto il movimento.»