De Caro e la porta dei sogni infranti, addio al calcio a 19 anni

I sogni infranti, la passione spenta, gli stimoli annichiliti. Così si dice addio al calcio a 19 anni, così lo fa Vincenzo De Caro. Classe 2001 di Torre Annunziata, con un trascorso nella Palmese, Castel San giorgio, Agropoli, San Vito Positiano tra le altre, ma che si è formato nei settori giovanili di Turris e Sorrento. Un portiere che ha vissuto momenti bellissimi nel mondo del calcio, ma anche altri altrettanto brutti. Il senso di abbandono, l’esclusione, il raffronto con chi ti considera solo una pedina in una scacchiera piuttosto che una persona, un calciatore.

Non c’è più il calcio di una volta, il calcio è un’altra cosa. Frasi e virgolettati che ogni poco tempo si risentono echeggiare come un urlo di disperazione sulla cima di una montagna. Un’eco lasciata lì. Un urlo che non ha seguito, che non trova uno sfogo, ma torna indietro come boomerang che ti colpisce in pieno volto.

Vincenzo De Caro non ne può più. Promesse tradite, ambizioni ed aspirazioni che lasciano il vuoto dentro un ragazzo che a 19 anni “non può sentirsi vecchio”. Il mondo è crudele, quello del pallone ancora di più Non ha pietà, nè compassione. Ti lascia a terra tramortito, colpito senza ritegno come un gancio nello stomaco che ti lascia senza respiro. La regola degli under miete più vittime della crisi, eppure un classe 2001 non può sentirsi troppo oltre, fuori la fascia degli eletti che possono giocare anche senza talento.

No, non è questo che insegnano nelle scuole calcio. Insegnano che c’è speranza, che se ti impegni trovi il tuo posto e puoi sfondare. Illusioni pie, che si fanno a scontrare contro un muro di mattoni granitici, sgretolandosi come bolle di sapone. Rifiuti, panchine, tutte situazioni che ti tagliano le gambe. Incomprensioni, un gruppo che non viene mai creato. Il senso di inadeguatezza che ti lascia addosso un’esperienza negativa, che fa pensare che sei tu quello inadeguato e non certamente loro che non sanno dove mettere le mani in un mondo o sei lupo o vieni divorato fino all’ultimo ossicino, lasciando di te solo un lievi ricordo che si perde col tempo.

“Neanche una chiamata ancora! Se sei under ti cercano tutti, altrimenti non esisti” – Una frase dura, ma che rispecchia la verità di una generazione destinata ad essere una meteora nell’universo calcistico, sbriciolati sul più bello, quando entra a contatto con l’atmosfera, al momento dell’atterraggio.

Sarà davvero questo il destino del calcio e del talento italiano? Vogliamo che sia questo? La speranza è che sia solo un incubo travestito da realtà e che domani tutto rientri. Speriamo che il futuro dei talenti italiani non sia quello di giocare per tre anni e poi venire gettati via come un giocattolo rotto. Speriamo che il telefono, domani, squilli per dirgli: “Ti vorrei nella mia squadra”.

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