Calcio dilettantistico. Una lotta passa per Renica e Cunzi: “Serve equità”

Il calcio dilettantistico è al collasso? Non proprio, ma certamente la situazione non è delle migliori. Tra sospensione dei campionati dilettantistici, guerre di capitani e presidenti retrocessi, confusione su come si concluderà l’annata dalla Serie D a scendere non si può stare tranquilli.

Chi attualmente sta vivendo i momenti peggiori sono soprattutto i calciatori, che tra rimborsi spese sospesi e contratti a prestazioni e stipendi fermati stanno trovando le maggiori difficoltà per andare avanti. I club, certamente, non restano sereni, tutt’altro. Se Cosimo Sibilia ipotizzava una moria di circa il 30% delle squadre, non è da escludere che la percentuale si alzi. Non solo per una questione di difficoltà economica, ma anche per una sorta di ribellione a un sistema calcistico che non appartiene. E’ quello che emerge dai comunicati del gruppo Salviamoci con a capo il presidente del Grumentum Antonio Petraglia, pronto a dire addio al calcio in caso di sconfitta nella lotta contro le retrocessioni coatte. Come lui altri 30 presidenti.

A questi, ovviamente, si aggiungono i capitani, ma anche i presidenti che loro malgrado devono dividersi tra le difficoltà interne alle proprie aziende e quelle che riguardano le proprie società. Sponsor che non arrivano o che si tirano indietro, introiti dei biglietti assenti per via della sospensione, ma anche della ripartenza a porte chiuse. Un cumulo di situazione che portano ad un deficit finanziario preoccupante.

Lo Stato si è certamente mobilitato a muovere fondi nei confronti sia degli atleti, dei collaboratori sportivi, ma anche del movimento sportivo in generale, oltre che dei finanziamenti indirizzati proprio al calcio dilettantistico, ma questo non basta.

E’ stato sottovalutato tutto, Oggi in tanti club non potranno più iscriversi di nuovo al campionato. -spiega ai microfoni de La Repubblica Alessandro Renica fondatore di un gruppo di supporto per tutelari i diritti di chi milita nel calcio dilettantistico- Servirebbe, magari, che chi lo può fare versasse l’1% degli stipendi ai dilettanti. Ci preme di salvare il movimento, i ragazzini che non vanno più a fare sport. Ogni cittadina o paesino che perderà la sua squadra rappresenterà una sconfitta. Sarebbe la perdita di un patrimonio, che invece dovremmo fare di tutto perché non scompaia. Ci troveremo di fronte a un dramma, se non se ne parla prima, cercando di prevenire. Il nodo è l’equità. Nel mondo del calcio c’è chi forse ha anche troppo. Si può intervenire anche in modo strutturale, contando su risorse che ci sono”.

Un calcio, però, che non si manifesta nello stesso modo e non vive con le stesse forme: “Ascoltare le proposte di chi è in prima linea: i direttori sportivi, i direttori generali, i giocatori stessi. Dobbiamo ancora completare il nostro tour, ma intanto, indagando, abbiamo scoperto che ci sono specificità tra nord, sud e centro.  Ad esempio, mentre al nord il calcio dilettantistico sta in piedi con le sponsorizzazioni, la cartellonistica, le aziende, al centro funziona non tanto con le aziende, ma con le sagre: lì spesso si raccolgono fondi per fare la Promozione, la Prima categoria, i settori giovanili. Stiamo scoprendo un’Italia diversa: siamo accomunati dalla condizione, ma ci sono differenze. Cerchiamo di scavare, per capire. E’ come una catena di Sant’Antonio. Il tema è troppo sottovalutato”.

Una situazione, quella evidenziata da Renica che coinvolge i calciatori, ma al tempo stesso anche gli stessi dirigenti. Nello specifico dei calciatori, però “la situazione è molto grave -spiega Evan Cunzi a la Repubblica- Su 167 squadre, il 70-80% di tutti i calciatori del campionato di D vive in condizioni di grande e crescente difficoltà. Togliendo gli Under, che sono i meno colpiti perché magari non hanno famiglia e con i 600 euro del decreto magari se la cavano, non è così per gli altri, che hanno un’età media tra i 26 e i 28 anni. Lo ripeto: quando si riprenderà a giocare, la prossima stagione, saremo pronti a tutte le forme di protesta, finché non ci ascolteranno sul serio. Anche allo sciopero. Di sicuro non ci fermeremo, fino quando non ci ascolteranno. L’Aic ha lottato per inserire nel decreto cura Italia la parola atleti e ha istituito un fondo di solidarietà, per stare vicino al dilettante, che di questo status ha solo la parola, perché 6 giorni su 7 si allena e perché fa trasferte anche di 6-8 ore. 

Se ripartisse solo la serie A, potrebbe essere anche logico, per via dei diritti tv e delle risorse che rappresentano per l’intero movimento. Ma se lo fanno anche gli altri campionati, allora è bene che diciamo la verità: o a calcio si può giocare oppure no. Il calcio femminile appartiene alla stessa nostra Lega, la Lega Dilettanti, e cerca legittimamente di portare a termine il campionato. Ma sono stati adottati due pesi e due misure. Come categoria di calciatori non si sta chiedendo la luna, sappiamo bene che la pandemia è un evento straordinario e imponderabile. Perché, però, il calciatore di serie D è l’unico che sta pagando? Ci sono persone che da 5 mesi non ricevono rimborsi: sarebbe opportuna almeno una chiacchierata con i dirigenti. Ci sono situazioni con ragazzi in enorme difficoltà”.

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