“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, recita il verso più celebre di “Amici mai”, una delle canzoni più belle scritte e cantate da Antonello Venditti. Nel mondo del calcio, però, spesso accade anche il contrario, ovvero che certi amori – che magari sono durati anche degli anni – in realtà non siano mai iniziati, o meglio non siano mai sbocciati del tutto. È quanto accaduto tra la città di Torre Annunziata e la famiglia Mazzamauro, che per tre anni, appunto, ha guidato la squadra locale, quel Savoia che nella città oplontina viene per importanza e “fede” dopo soltanto la Madonna della Neve.
Era il 15 giugno 2018 quando gli ex proprietari dell’Ercolanese sbarcavano a Torre Annunziata tra grandi aspettative, in una piazza che aveva appena riconquistato la Serie D grazie alla corazzata allenata da Franco Fabiano che aveva fatto il double campionato-Coppa Italia di Eccellenza. Da allora, fino a ieri, giorno dell’annuncio dell’addio attraverso le colonne di Metropolis, sono passati 1120 giorni, nei quali, dicevamo, il feeling con la città e la sua gente non ha mai raggiunto vette di un certa levatura. Torre Annunziata, va detto con la massima franchezza, ha dato poco a Mazzamauro, che in tre anni ha faticato enormemente a trovare sia sostegno economico dall’imprenditoria locale che appoggio “strutturale” dall’amministrazione comunale, con uno stadio mai messo a norma per il professionismo nonostante le tante promesse di sindaco, assessori e consiglieri vari, a cui pure tanta gente ha creduto nonostante la realtà dei fatti testimoniasse tutt’altro.
Di converso, però, l’imprenditore originario di San Giorgio ed i suoi (tanti, troppi) collaboratori succedutisi in questi anni hanno peccato grandemente di empatia, dando l’impressione di non aver mai voluto immergersi completamente nella realtà torrese. Lunghi silenzi stampa, una comunicazione – soprattutto nell’ultima stagione – spesso e volentieri scarna, i commenti negativi dei tifosi cancellati dai profili social della società, allenamenti ed amichevoli estive quasi sempre chiusi alla tifoseria – anche prima della pandemia da Covid – ed anche qualche dichiarazione che ha fatto storcere il naso ai tifosi: “Torre Annunziata piazza calda? Oggi allo stadio c’erano duecento persone, non diecimila; io penso che la piazza calda sia quella di Palermo”, oppure “Oggi abbiamo trasmesso la partita in diretta streaming e solo 522 fedelissimi di questa tifoseria che tutti definiscono la migliore d’Italia hanno comprato la gara. Questo vuol dire non voler bene al Savoia, è inutile parlare di 1000 o 2000 tifosi perché non è così. Il Savoia ha solo 500 tifosi”. Peccato che, in città ben più grandi le dirette streaming non arrivavano a nemmeno un quarto di quella cifra.
A questo aggiungiamo che ogni estate il progetto tecnico ripartiva da zero, e l’ultimo campionato è stato un pot-pourri di scelte dirigenziali e di mercato cervellotiche e francamente inspiegabili: tre allenatori, quasi quaranta calciatori che andavano e venivano nel corso della stagione e ben quattro direttori/collaboratori a vario titolo (più un vicepresidente operativo), i cui compiti non si sono mai compresi del tutto, a maggior ragione perché, con il massimo rispetto, parliamo pur sempre di una società di Serie D e non certo del Real Madrid.
Con tutte queste premesse, insomma, il rapporto Mazzamauro-Savoia non poteva che essere destinato a finire, come – a dire il vero – a buona parte della stampa, compreso chi scrive, era alquanto palese già da qualche mese a questa parte. Fa un certo effetto, adesso, leggere quelle che furono le dichiarazioni di patron Alfonso al momento del suo addio da Ercolano: “Purtroppo quando dopo tanti anni vedi che dalle parole non si è mai passati ai fatti e le forze economiche ed imprenditoriali ti lasciano solo, capisci che non è più possibile andare avanti”. Praticamente le stesse parole dell’addio a Torre Annunziata. Corsi e ricorsi storici, così come lo è l’incubo che ormai attanaglia Torre Annunziata da vent’anni: quello di restare senza calcio. Come andrà a finire? Per chiudere il pezzo così come lo abbiamo iniziato – e cioè con una citazione musicale – possiamo dire che “Lo scopriremo solo vivendo…”.




