“Da anni i miei connazionali mi vedono come un signore” – Questo è Idrissa Camarà nella sua Guinea Bissau, nazione nativa del giovane attaccante ex Avellino e Agropoli. Ora alla Luparense al Corriere dello Sport racconta il suo ritorno in patria in tempi di Coronavirus.
“Da quando ho iniziato a giocare a calcio, ogni volta che torno porto con me delle cose da regalare –racconta- Palloni, tute, maglie, cibo e poi compro altre cose da comprare per chi ha bisogno”. Una storia forse sentita e risentita. In tanti, infatti, che riescono a superare l’ostacolo de Mediterraneo, sostengono le persone bisognose, oltre alle famiglie, dei propri Paesi d’origine.
Meno frequente è il coraggio in caso di pandemia. L’esplosione del Corovirus in Italia è stato un campanello d’allarme per il 27enne della Luparenze, che in men che non si dica con l’autorizzazione della società e l’aiuto del procuratore si è precipitato in Guinea: “L’obiettivo non era quello di lasciare l’Italia per paura del contagio, ma per aiutare i miei connazionali. per contenere il Covid-19. In Italia il calcio era già fermo, si contavano centomila contagi, migliaia di morti. In Africa invece, c’erano ancora pochi casi. Le autorità africane stavano chiudendo le frontiere, raccomandando norme di igiene. Mi domandavo: in che modo si possono seguire queste regole? E la pulizia, poi: non c’è acqua pulita, manca il sapone. Se prende piede il virus , è una tragedia”.
La possibilità di una pandemia in Africa aveva preoccupato sin dagli arbori: “Non ci sono le medicine per tutti –continua l’attaccante- ma la cosa peggiore è che mancano le strutture ospedaliere, terapie intensive e ventilatori polmonari. C’era una sola cosa da fare: contenere il virus. Ma in Guinea è difficile che si concretizzi il lockdown. Stare chiusi è difficile, ma lo è sicuramente di più se la gente non sa come affrontare il virus. Non potevo restare in Italia, dovevo fare qualcosa. Il 14 marzo dopo aver subito la cancellazione del primo volo, ho subito preso un altro che faceva scalo a Francoforte, poi a Lisbona e alla fine a Bissau.
Il supporto di Camarà è stato concreto. Grazie ai suoi soldi e a quelli raccolti grazie ad Accardi, l’agente del calciatore. Con quei soldi ha comprato mascherine, guanti, materiali igienici, intensificando la portata dell’acqua, portando cibo: “Non sono un eroe, aiuto il mio popolo, chi è meno fortunato,. Vedere limitato il contagio è la vittoria più grande”.




