Mischiare sport e politica non ha mai portato a buone conseguenze. Lo sanno bene Colin Kaepernick e compagni, che nella protesta dello scorso anno contro Donald Trump. durante il gesto di denuncia per il trattamento degli afroamericani non hanno avuto certamente glorie. Le star del football, infatti, nonostante fossero appoggiati da tifosi, compagni e non solo, aprendo a una vera e propria protesta di caratura nazionale, Attualmente Colin Kaepernick non ha una squadra, molto probabilmente a causa di una sorta di timore nei confronti di ripercussione da parte di Trump, che a suo tempo esortò i club di licenziare o sospendere i “ribelli”.
Quello che sta accadendo in questi giorni nelle partite di qualificazione ai prossimi Europei è tutti gli effetti esattamente l’opposto di quanto accaduto in America. Il ritiro, o se volessimo mantenere il politically correct ricollocamento, delle truppe americane ha aperto all’attacco dell’esercito curdo in terra siriana. Un ritorno al passato per Erdogan, di circa vent’anni e riportando in auge una violazione delle fondamentali leggi dell’ONU a cui la stessa Turchia aveva aderito. Il semaforo verde all’attacco dell’esercito turbo ha scatenato una frattura nel Mondo che ha investito anche il calcio.
In un momento storicamente delicato dal punto di vista della tolleranza e pieno zeppo di episodi di razzismo il gesto dei calciatori turchi è stato come cospargere il sale in una ferita ancora aperta. Un gesto con il quale la squadra della Nazionale ha espresso unitamente, come se le parole non bastassero, il loro appoggio al proprio esercito e ancor di più alla propria nazione. Ma se le parole di Chalanoglou e Demiral poco hanno scosso le coscienze dei dirigenti di Milan e Juventus non si può dire lo stesso per il St. Pauli, che invece ha rescisso il contratto con Cenk. Alle due strisciate non va dimentica anche Under, calciatore della Roma. Tutti e tre i big club italiani non si muovono contro un’invasione insensata, nonostante rappresentanti di uno Stato che si professa, costituzionalmente, contro la guerra.
A mobilitarsi, però, è la UEFA che dopo il saluto militare ha aperto un’inchiesta e ha messo in valutazione l’idea di squalificare la nazionale della mezzaluna dalla competizione. L’interrogativo che resta è perchè non valutare di escludere la Turchia da qualsiasi sport e soprattutto, perchè non avvallare la proposta del ministro Spadafora e spostare la finale di Champions League altrove?




