Ogni riccio un capriccio, si direbbe, citando il famoso proverbio. Ebbene per quel che riguarda Valeria Iuliano, giornalista e allenatrice di calcio, i ricci sono sicuramente espressione di ogni sua dote. Una giornalista attenta, tifosa, ma soprattutto sportiva, che adotta la sue conoscenze tecnico-tattiche, alla sua critica giornalistica, mai di parte e sempre approfondita anche di concetti che difficilmente vengono messi in luce.
Attualmente istruttrice nella Scuola Calcio Metis Academy ha avuto l’occasione di allenare anche in Terza Categoria. Assieme a Valeria Iuliano abbiamo affrontato alcuni argomenti caldi del calcio, dal settore giovanile, al dualismo calcio-donna al Napoli.
Istruttrice di calcio giovanile e allenatrice in terza categoria. Parto col chiederti: cosa serve per formare in maniera completa un calciatore? Come si capisce il suo reale potenziale?
“Nel calcio, ad ogni livello, non esiste una ricetta unica, una soluzione univoca che tutti potremmo applicare ottenendo cos√¨ i medesimi risultati. Tutti, istruttori e tecnici, dovremmo partire, però, da una consapevolezza: di fronte non abbiamo dei robot; bambini e adulti danno in campo il massimo di s√© stessi se compresi, capiti. La didattica non è estranea ad un aspetto empatico, che sprona e migliora l’apprendimento a tutti i livelli”.
Che differenza c’è tra allenare nel settore giovanile e allenare una squadra di uomini?
“Cambiano gli obiettivi tecnico-tattici e fisici da raggiungere. Per il resto, un adulto che gioca altro non è che un bambino intrappolato in un corpo più grande: si cresce, ma si resta fortemente legati all’aspetto ludico e a quello competitivo”.
Dualismo donna-calcio. Da allenatrice, giornalista sicuramente ne hai viste e sentite di cotte e di crude, a che livello è il nostro paese in questo senso? Quanto è radicato il maschilismo nel calcio?
“All’Età della Pietra. E sono un’inguaribile ottimista. Essere donna, parliamoci chiaro, è una grande prova, una sfida che non finisce mai, perch√© devi lottare di più, ingegnarti di più, essere di più. Oggi viviamo nell’ipocrisia di una civiltà occidentale, apparentemente progressista: la parità di genere resta un’illusione, soprattutto nel calcio. Tra uomo e donna, come ripeto spesso, vi è un’asimmetria di potere che viene alimentata da atteggiamenti e comportamenti maschilisti, sessisti. Questo maschilismo ha radici ben profonde. Se ci pensiamo, il primo uomo che le donne conoscono, e con il quale si rapportano e si confrontano, è il padre, di conseguenza con il patriarcato. Quest’uomo, per secoli, le ha consegnate ad un altro uomo, che – oltre ad avere la stessa autorità paterna – ha anche un potere sessuale su di esse. La donna quindi passa da un uomo a un maschio: ecco spiegato il passaggio da patriarcato a maschilismo. Le donne vengono ancora oggi escluse, soprattutto a livello calcistico, per un retaggio culturale, storico, perch√© questo Paese si poggia su fondamenta preistoriche. Ancora oggi, nel 2020, veniamo considerate uno scarto di questo ambiente, invece dobbiamo salvaguardare il rispetto per noi stesse e rivendicare il fatto di essere non un’opzione ma una scelta. E, perch√© no, una prima scelta. A noi donne possono toglierci opportunità, ostacolarci, ma quando conosciamo il nostro valore, e lo rispettiamo, gli altri possono portarci via tutto, certamente non la dignità! Falliremo come tecnici, ma non come chi, nascosto dietro atteggiamenti sessisti, sgomita in questo mondo, scendendo a compromessi volti a ledere la dignità umana e professionale”.
Calcio femminile, il movimento si sta ingrandendo, si è sviluppato e in parlamento si è dato il via alla riforma per il passaggio al professionismo: quanta divergenza c’è tra la cultura sportiva nostrana e l’ideale che si ha del calcio femminile negli ambienti sportivi?
“Siamo indietro, rispetto ad altri Paesi, di almeno 30-40 anni. I progressi che vediamo oggi sono importanti, ma non ancora sufficienti per farci guardare dall’Italia maschile, soprattutto, con rispetto: poco conta che non abbiamo strutture idonee, opportunità notevoli di crescita. Guardare dall’alto in basso, ciò che è diverso, nel nostro Paese è normalità. Vorrei un’Italia calcistica maschile formata da tanti Attilio Sorbi, ossia da uomini di valore che scendono in campo per il miglioramento ad ampio raggio del calcio femminile. Scendere in campo concretamente, non dinanzi ad un microfono acceso”.
Napoli, Ancelotti, Gattuso e l’ammutinamento. Tutta colpa di Ancelotti quant’è vero?
“Quando qualcosa non funziona, nella vita come nel calcio, la colpa non è mai di uno solo. Vi è un concorso di colpe, magari difficilmente quantificabile, però quasi mai vi è un unico responsabile. La colpa di Ancelotti è stata di sopravvalutazione degli uomini: se fossero stati calciatori idonei a fare tutto, a ricoprire più ruoli,sarebbero stati tesserati dal Real Madrid e non dalla SSC Napoli. Il primo errore è stato, a mio avviso, di sopravvalutazione tecnica. Il secondo, invece, quello di non essersi dimesso da una società che sin da subito ha palesato notevoli difficoltà nel ricambio generazionale divenuto ormai obbligatorio. L’ammutinamento è stato il risultato di scelte societarie, in tema contrattuale, che definirei quantomeno discutibili”.
Qual è la malattia reale del napoli secondo te?
“Ne sono diverse. Innanzitutto l’ambiente. L’esasperazione, la mancanza di equilibrio da parte del pubblico ma anche degli organi locali di informazione. L’assenza, in ambito societario, di figure dirigenziali di esperienza nel mondo del calcio: servirebbe una strutturazione differente della società, con l’ingresso di persone competenti”.
Cosa serve per venire fuori dalla crisi?
“Innanzitutto scelte e atteggiamenti distensivi della società nei confronti del pubblico: una guerra in atto che non giova a nessuno. In secondo luogo, quel che il Napoli sta facendo: intervenire nel mercato di riparazione con uomini maggiormente inclini alla fase di non possesso. Lavoro, tanto lavoro: è quello che ripaga sempre”.




