Talebani e sport: così si genera l’emergenza atleti

I talebani hanno preso Kabul, capitale dell’Afghanistan. Questo si sa e non è materia che compete alle colonne di SportCampania. Certo, non lo è finchè non si toccano anche le corde dello sport. Il nuovo regime talebano, infatti, nonostante i proclami di voler mantenere la serenità e azzerare le inimicizie con gli altri Stati, ha creato un’atmosfera di puro terrore tra gli abitanti dello stato mediorientale.

May your home in heaven be kinder': Netizens mourn death of Zaki Anwari,  the Afghan footballer who fell off planeNon solo le donne, le principali vittime di un fondamentalismo che le vorrebbe recluse dietro un burqa e in casa, prive di umanità e dignità. Anche gli atleti uomini e/o donne. Già, perchè anche quella degli atleti sta diventando una vera e propria emergenza, che aggrava quella umanitaria già presente.

Se da un lato la Turchia dice di non voler essere il contenitore degli emigranti che vorrebbero raggiungere l’Europa, dall’altra proprio i paesi dell’UE stanno aprendo dei corridoi umanitari per salvare coloro che vogliono scappare dal nuovo regime. Tra questi ci sono proprio gli atleti, in particolare i giocatori di calcio.

E’ di qualche ora fa la notizia straziante della morte di Zaki Anwari, giovane calciatore della nazionale afgana. Dopo la presa di Kabul tutti coloro che si sono “occidentalizzati” hanno iniziato a tremare per rappresaglie e ripercussioni. Perchè questo sta accadendo in piazza, con i talebani che sparano sulla folle che contesta gli invasori. Zaki voleva scappare via dall’Afghanistan, dalla propria casa per poter realizzare il suo sogno di giocare a calcio. Questo prima che i fondamentalisti legati ad Al-Qeeda potessero spezzarglielo.

L’areo che ospitava i fuggitivi, però, era destinato ad uno scarico di merci e l’equipaggiamento ha deciso di lasciare subito l’aeroporto, essendo circondato da cittadini in fuga. Per fuggire Zaki si è attaccato al carrello dell’aereo. Non è riuscito a mantenere la presa, precipitando da centinaia di metri di altezza morendo sul suolo. Il sogno è infranto. Per sempre. Zaki non era l’unico. Zaki era una dei tanti giovani atleti che vogliono lasciare la propria patria, quella dove ci si dovrebbe sentire sicuri e protetti.

Non il solo: ancheAfghanistan, talebani e sport altri sono atleti sono pronti a scappare. Quelli che avrebbero dovuto raggiungere Tokyo per le Para-Olimpiadi sono rimasti bloccati in patria, dovendo rinunciare alle proprio ambizioni sportive. Già prima della ritirata degli eserciti occidentali e la fine della missione di pace internazionale, gli atleti, in particolare le donne, temevano per la loro incolumità, minacciate dai talebani di essere sparate durante gli allenamenti. Una paura che si è intensificata in queste giornate. Le calciatrici si sono nascoste, scappando e trasferendosi altrove per non essere trovate.

Non sarebbe una cosa nuova. In passato è successo: alcune atlete sono state vittime di violenza in quanto donne. E’ il caso di Masomah Ali Zada, ciclista afghana di etnia Hazara, donna e appartenente ad una minoranza. Il primo esilio alla fine degli anni ’90. Poi è tornata in patria in seguito all’inizio della missione di pace internazionale. Nonostante questo, il suo essere una donna a cavallo di una bicicletta non è stato digerito da chi estremista lo è nel cuore e nel proprio intimo. Insulti, frutta e uova addosso, ridate e alla fine un investimento. Masomah ha dovuto lasciare il suo Paese, ospitata dalla Francia come atleta rifugiata appartenente al CIO.

Esempi misurati, ma che raccontano la vita di tutti gli atleti, uomini o donne, che in preda al panico e legati al sogno di libertà che lo sport regala, sono costretti a non considerare casa, ciò che naturalmente casa è. Così muore lo sport, così i talebani sparano sulla libertà.