Rappr. Allievi Napoli. Il tecnico Caruso a 360¬∞: “Ci vuole una riforma, totale e definitiva”

Alessandro Caruso, allenatore della Rappresentativa Allievi del Napoli, fresco di vittoria nel Torneo delle Province 2017, dove ha sconfitto con una rimonta l’altra finalista, i coetanei di Caserta. Un traguardo che si aggiunge agli altri tre raggiunti nel corso della sua carriera di allenatore, talent scout ed osservatore. Quattro vittorie di cui una nel Giovanissimi Regionali, con il Progetto Giovani Marigliano due nel campionato Allievi Fascia B, sempre a Marigliano e con l’Aquila, e infine quella fresca del Torneo delle Province.

Ricco di esperienza nonostante i suoi 32 anni arriverà a luglio ad essere un disoccupato di lusso. Ciononostante non manca la soddisfazione, umana e professionale, di quanto raccolto nel Torneo Delle Province, dove i suoi allievi hanno giganteggiato nonostante il poco tempo a disposizione per preparare la competizione: “Il Torneo delle Province, organizzato dal CR Campania è stata la mia prima esperienza da selezionatore. Sono stato contattato nei primi giorni del mese di febbraio per l’incarico e venendo da due stagioni nei professionisti, ero abbastanza titubante prima di accettare. Invece poi è stata una piacevole esperienza sul piano umano e ancora un tassello di crescita professionale. Poco il tempo che abbiamo avuto a disposizione per formare la rosa dei 25, categoria allievi, leva 2000 e 2001, si sono stati 151 ragazzi selezionati, più tutte le partite viste, un lavoro capillare in un mese e poco più. La data di inizio è stata 8 marzo ed entro il 20 aprile dovevamo consegnare la lista dei 25….e giocare la prima gara il 26 aprile ad Avellino. In poco più di un mese abbiamo dovuto visionare partite in settimana, ricevere le segnalazioni da parte delle società, controllare se da regolamento potessimo convocare o meno i giocatori, fare i raduni e avremmo dovuto anche fare qualche allenamento o amichevole per dare una forma di squadra, considerando che le altre delegazioni, Avellino su tutti , avevano già iniziato..beh ci siamo riusciti. Si è visto anche qualche bel giocatore, è stata una bella vetrina dal punto di vista umano, ho conosciuto tanti ragazzi, molti dei quali non si aspettavano nemmeno di poter essere convocati per un allenamento, ho testato la disponibilità di alcune società, ed anche la poca di altre dal punto di vista tecnico, facilitato dal fatto di aver fatto scouting con i professionisti, abbiamo allestito una formazione forte e completa il campo ci ha dato ragione. Una soddisfazione e una vittoria, la terza negli ultimi quattro anni dal punto di vista personale, dopo i campionati vinti alla guida della Progetto Giovani e de L’Aquila Calcio, entrambi nella categoria Allievi Fascia B. Altri due aspetti positivi del torneo delle province, aldilà della vittoria finale, meritata ed in rimonta, 2-1 contro Caserta: 1 il rapporto che ho creato con le società, continuo ad avere attestati di stima anche da gente a me prima sconosciuta; 2 la professionalità mostrata, alla fine paga, sempre. Non è detto che il rapporto federale sia chiuso, anzi se dovessi poter fare un passo avanti, magari per una rappresentativa regionale accetterei di buon grado, avendo comunque fatto un buon lavoro. Ringrazio il delegato Monntesano ed il coordinatore Mango per la fiducia che mi hanno dato”.

Approfondendo l’aspetto professionale, un profilo quello di Caruso per niente sconosciuto al calcio campano e non solo: esperienza in quel di L’Aquila dove ha guidato la Berretti e i Giovanissimi Nazionali nel campionato di Lega Pro, osservatore nell’Ascoli per due anni e mezzo, ma anche Responsabile Tecnico a Nola in una scuola calcio, esperienza da allenatore in Prima Categoria, l’Under 15 dell’Aquila e nel campionato Giovanissimi: “Sono un professionista del settore, faccio questo lavoro, come attività primaria, con passione e con professionalità, ho studiato studio e continuo ad aggiornarmi per questo. Essendo stato due anni in Abruzzo, nonostante quanto detto sopra, sono un tecnico che ha poco mercato. E’ già arrivata qualche chiamata a livello di settore giovanile regionale, anche da buone società, e le sto valutando non nego però di avere l’asticella un po più alta, spero di poter tornare tra i professionisti o quanto meno di poter guidare una squadra partecipante a campionati nazionali. Negli ultimi tre anni ho avuto sempre la leva 2000, magari si può continuare su questa annata avendo il polso della situazione mi stuzzicherebbe anche una prima squadra, a 32 anni e dopo svariate esperienze, mi sento assolutamente pronto e preparato ad affrontare una cosa del genere. Sono anche match analyst pro, con corso a Coverciano del 2014; ho fatto l’osservatore per l’Ascoli (serie B, per due anni e mezzo) allenatore a L’Aquila Lega Pro per due stagioni e ultima tecnico federale”.

Come detto, però il tecnico da luglio sarà senza squadra. Quel che tiene Caruso è sottolineare alcuni aspetti che non funzionano nel calcio, specie in quello dilettantistico e giovanile: “Su questo argomento non posso non “polemizzare”: da noi purtroppo si è sempre troppo poco esperti per iniziare, ecco uno come me che inizia la quattordicesima e ripeto quattordicesima stagione, non è pronto per allenare nemmeno in promozione (secondo i soliti vecchi soloni), mentre magari uno che ha giocato fino a ieri e non ha nemmeno l’abilitazione può già farlo da domani. Inoltre, non ho direttori a cui sono legato, e questo è un problema anche nei settori giovanili, pro e di serie d, se non ti “porta” qualcuno non entri e nelle prime squadre invece è sempre troppo presto, insomma siamo un paese di vecchi e per vecchi. Mentre in Germania, due esempi, di allenatori, non ex calciatori che a 30 anni allenano in Serie A, non ho di questa presunzione, ma posso affermare con fermezza e con dati alla mano, che chi ha studiato, è capace, merita una occasione. Ovviamente nel mio campo, parla il campo, e per fortuna ha dato sempre risposte positive. Sono veramente arrabbiato rispetto a come vanno le cose e negli ultimi tre anni, nonostante tutto, sulla mia pelle solo torti a favore di altri, eppure rimboccandomi le maniche ho lavorato e dimostrato, ma….non si riesce a venirne fuori come si dovrebbe. Purtroppo il concetto è sempre lo stesso…..se sei amico di qualcuno vai, altrimenti puoi essere anche bravo rischi sempre di doverti accontentare delle briciole senza nemmeno dire che chi ti passa davanti sia peggiore di te (ma in molti casi è cos√¨). senza paragoni con gli altri, è già dura. Poi ci si mettono lo sponsor, il nipote, l’amico”.

Esperto di giovani al quale non si può non chiedere un pensiero sulla valorizzazione dei giovani. Un mondo complicato quello del calcio giovanile, come evidenziammo in un nostro vecchio articolo, in cui i Settori Giovanili per lo più approfittano della passione dei ragazzi. La realtà del mondo degli under nasconde degli aspetti importanti, anche per quel che riguarda l’approccio allo sport: “A L’Aquila sono stato anche responsabile scolastico e vice direttore del convitto, dove avevamo 60 ragazzi provenienti da tutta Italia, ho firmato più giustifiche io l’anno scorso che tutta la città. Tenere attaccati i ragazzi di oggi già solo per una stagione intera è difficile. Siamo una generazione multitasking, i ragazzi oggi sono ancora più tecnologici, le aspettative sono tante perchè si generano anche per le piccole cose la facilità di essere delusi e di mollare tutto è dietro l’angolo e ne ho mille esempi, anche di ragazzi che davvero erano ad un passo. Oggi è più facile iniziare, ci sono osservatori, procuratori, agenti, in ogni angolo anche le società di Serie D e Lega Pro sono tantissime e per un giovane già giocare a quei livelli, soprattutto nel mondo dei like, è sinonimo di essere arrivato e quindi si trascura tutto il resto col rischio boomerang. Per noi allenatori, il compito non può esaurirsi solo nelle ore di campo, bisogna essere a disposizione dei ragazzi sempre, per le più svariate ragioni, mantenendo sempre professionalità ma, parlo almeno della mia esperienza, i rapporti umani mi hanno sempre aiutato anche in campo ad ottenere il massimo dai giocatori avuti a disposizione“. Passiamo agli altri aspetti: “Non sempre l’impegno e il talento pagano, per cui poi quando i giocatori finiscono la trafila giovanile, delusi, si ritrovano in Prima Categoria. I ragazzi di oggi sono diretti, vogliono tutto e subito senza sacrificio e se non lo ottengono via con la delusione”. Passando all’atteggiamento delle società nei confronti dei giovani: L’Italia ha bisogno di una classe dirigente nuova: parlo di calcio, dello sport. Quanto credono nei giovani? Le società ci credono nella misura in cui a loro conviene mantenere un ragazzo, prenderlo a 14 anni, convitto, scuola ecc ha un costo alto e spesso, siccome iniziano molto presto, ragazzi anche bravissimi non riescono poi a sfondare allora che si fa? Si va all’estero, si prende bello e fatto ed al netto….le società hanno risparmiato ci vuole un modello diverso, strutture nuove, scuole tipo college, servizi diversi invece spesso tocca al genitore mantenere il figlio perchè magari la società non può non vuole o non ce la fa è cos√¨ quasi ovunque e come detto prima non conviene prendi alcune società: i soldi che non spende sul settore giovanile li mette sullo scouting per l’Africa e porta sempre giocatori bravi e li rivende. La politica federale andrebbe cambiata. Straniero è migliore? per me ovviamente no, anzi bisognerebbe dare più fiducia ai giovani italiani e non farli giocare solo perch√© √© obbligatorio: vedi discorso under. L’anno prossimo in Eccellenza e Promozione giocano i 2000, nessun allenatore (dei soliti soloni) lo farebbe giocare un 2000, se non obbligato ma dico io se a 17 anni un ragazzo non può giocare nemmeno in Eccellenza, di cosa parliamo? Io ne farei giocare sempre più di uno, stando ad uno studio degli ultimi anni, i ragazzi del triveneto e della Lombardia sono quelli che arrivano a livelli più alti perchè a parità di condizione hanno una “testa” migliore facilitati anche dall’ambiente in cui vivono i campani ad esempio partono forte, fino ai 16 anni sono tra i migliori d’Italia poi si perdono. Nel Lazio è già difficile “uscire” perchè spesso le società non li lasciano liberi per meri interessi personali; in Toscana invece ci sono tante professionistiche, ma molte dilettanti di livello lavorano meglio di loro. Insomma ogni posto ha i suoi problemi”. Andiamo ad approfondire la regola degli under presente nei campionati dilettantistici, definita da alcuni procuratori come una regola approssimativa che non valorizza davvero, ma dà l’illusione di farlo: “E’ un’arma a doppio taglio: siccome siamo un paese per vecchi, si è necessaria, si spesso dopo il triennio, finisci di giocare perchè un allenatore a parità di condizione fa giocare il trentenne e non il ’97 perchè già ha ’98, ’99 ’00 dentro quindi poi….quanti giovani? Solita risposta, siamo un paese per vecchi. Uno a 20 anni può essere definito ancora giovane calcisticamente? Magari gioca da 12/13 anni e dove sta scritto che quello più grande sia più capace? Giocare tra i giovani e giocare nei grandi sia differente, ma la differenza la fa la testa. I giovani devono avere bravi istruttori che li aiutano nell’inserimento quando sono piccoli, devono essere aiutati ad essere seri e devono avere fiducia tutti dal primo all’ultimo. Poi è ovvio non andrà sempre bene, ma l’esperienza mi insegna che si può trarre il massimo (da chi è capace) utilizzando un buon approccio, Devono essere supportati e sopportati“.

Ultimo tema quello delle figure educative professionistiche quali psicologi, educatori e sociologi a dare sostegno allo staff tecnico. Un aspetto questo che si sta sviluppando nel corso degli ultimi anni con la specializzazione dei ruoli e la consapevolezza che l’aspetto tecnico non è tutto nella formazione sportiva di un atleta: “Servono persone, figure di supporto, preparate a fare quello se si riesce a creare un team dove ognuno è un professionista della propria sfera si ottengono maggiori risultati e se il ragazzo non diventa calciatore come nell’80 per cento dei casi. Almeno avrà sani valori e principi sia nel professionismo che nel dilettantismo. Ricordo che i dilettanti, le scuole calcio sono il numero maggiore e sono quelli che fanno anche più danni perchè spesso ci opera gente indecente. Troppo poco controllo, per lavorare coi giovani, nel calcio, ci vogliono i titoli, bisogna aver studiato. Una riforma? Assolutamente s√¨! Più paletti per entrare, deve svolgere l’attività solo chi è in grado di farla, maggiori controlli, maggiore professionalità, uno svecchiamento della classe dirigente, regole più snelle….e ricordarsi che in campo vanno i bimbi, i ragazzi che non sono adulti. Poi per quanto riguarda il professionismo o il dilettantismo di alto livello, ci vuole organizzazione, strutture valide, supporto di figure professionali non si può lasciare niente al caso e ovviamente risorse economiche perchè quelle purtroppo sono alla base e ancora meritocrazia o quanto meno scegliere in base alle competenze non solo alla conoscenza. Bisogna cambiare nella federazione, negli arbitri, nel CONI. Bisogna fare educazione motoria nelle scuole: i ragazzini di oggi sono tutti scoordinati. Un po’ come per i calciatori, io sono per lo sviluppo degli specialisti. Tu sai calciare forte ad esempio, facciamo in modo che diventi fortissimo nel calciare forte, aiutiamo a sviluppare le qualità di ognuno, ogni tassello al suo posto. Generazione multitasking, siamo in grado di fare mille cose, ma bisogna farle bene. C‘è troppa approssimazione, questa è la parola giusta”.

Cristina Mariano