Raffaella Di Bello, quando il destino passa dai guanti: studio, coraggio e una Coppa Campania decisa dal dischetto

“Allenare un portiere significa educare alla responsabilità, alla solitudine e al coraggio di sbagliare davanti a tutti”

C’è una linea sottile che unisce studio, passione e risultati. Nel caso di Raffaella Di Bello quella linea passa inevitabilmente dalla porta, luogo di solitudine e responsabilità, ma anche spazio di crescita e consapevolezza. Un percorso che oggi trova una tappa significativa con l’abilitazione da allenatrice dei portieri di calcio dilettanti e giovanili e con una Coppa Campania vinta ai calci di rigore, l’epilogo più simbolico possibile per chi lavora ogni giorno tra i pali.

“Nel mese di ottobre e novembre ho conseguito l’abilitazione come allenatrice dei portieri di calcio dilettanti e giovanili, al termine di un corso selettivo composto da quaranta partecipanti. Unica donna io”, racconta Di Bello. Un dato che pesa, ma che non definisce da solo la portata dell’esperienza: un corso intenso, chiuso con il superamento dell’esame finale, fatto di studio, confronto e soprattutto tanta pratica sul campo. “Ho fatto parte di un gruppo d’esame affiatato, con cui abbiamo condiviso esercitazioni tecniche e momenti di reale coordinamento”.

Il suo percorso nasce dal calcio a 5, dove ha vestito i guanti da portiere, con una breve parentesi nel calcio a 11 in un ruolo diverso. Proprio questa doppia anima ha reso il corso uno snodo fondamentale: “È stato uno spazio prezioso: ho integrato conoscenze, smontato automatismi, sfatato falsi miti e approfondito le specificità dell’allenamento del portiere nel calcio a 11 e a 5”.

Tre anni fa la scelta di lasciare il calcio giocato non è stata un addio, ma un cambio di prospettiva. “Non per allontanarmene, ma per restarci dentro in un altro modo: dirigenza, settore tecnico, allenamento dei portieri”. L’abilitazione diventa così un tassello coerente di una visione più ampia, soprattutto nel calcio femminile dilettantistico, dove – sottolinea – “la figura del portiere è ancora troppo spesso sottovalutata”. E il luogo comune è duro a morire: “C’è ancora chi pensa che il portiere sia “quello che non sa usare i piedi”. Io credo nell’esatto contrario”.

Allenare un portiere, per Di Bello, va oltre la tecnica: “Significa educare alla responsabilità, alla solitudine, al coraggio di sbagliare davanti a tutti”. Da qui la convinzione che professionalizzare questo ruolo sia una necessità e non un vezzo. “L’abilitazione non decide chi è bravo e chi no, ma testimonia una scelta: fare il massimo, studiare, crescere, restituire”.

Oggi questo percorso prende forma concreta con la ASD Rione Cicalesi, società che ha creduto nel progetto e nello staff tecnico. “Insieme al mister abbiamo intrapreso una strada nuova. E i risultati hanno parlato presto”. Il primo obiettivo centrato è la Coppa Campania, conquistata ai calci di rigore. “Non c’è epilogo più simbolico per un allenatore dei portieri. I ringraziamenti vanno all’Ascoli Satriano, avversario combattivo, e soprattutto a mister Orrico, che ha guidato la squadra fino al trofeo e ha dato fiducia al settore portieri”. Ma il pensiero più intenso è per le protagoniste in campo: “Per le nostre ragazze, per chi ha avuto il coraggio di andare sul dischetto, e per la mia mini-squadra di portieri, capace di parare l’ultimo rigore mettendo l’ansia da parte”.

Il presente, però, guarda già avanti: fase nazionale, sfida con la Puglia, un campionato ripartito nel girone di ritorno con una vittoria. “L’onda è buona. Va cavalcata con umiltà”. E il messaggio finale è tutto per chi vive la porta ogni giorno, spesso in silenzio: “Continuate a credere nel vostro ruolo”. Perché, a volte, il destino di una stagione – e di una carriera – passa davvero da un paio di guanti.