Napoli. Dopo le lacrime, l’analisi a freddo: perch√© non giocare sempre come con l’Arsenal?

Un giorno per smaltire la forte delusione e la massiccia dose d’orgoglio della serata del San Paolo, ora si può discutere sui perch√© ed i per come di un cammino Champions tanto esaltante quanto poi, alla fine, amaro. Il Napoli è, insieme al PSG della stagione ’97-98, l’unica squadra della Storia della Champions League a non passare il girone nonostante i 12 punti racimolati nelle prime sei partite. Questione di sfortuna, non tanto in campo quanto a Nyon, il giorno dei sorteggi: un altro buon motivo per far bene e provare a risalire la china, racimolando esperienze e risultati tali da migliorare il ranking UEFA di una squadra, una società ed una piazza sicuramente non da quarta fascia. Il Napoli visto con l’Arsenal, capace per l’appunto di asfaltare la capolista della tanto rinomata Premier League, è da prima fascia, è un top club a livello europeo. Ma una domanda sorge spontanea: quella ammirata mercoled√¨ sera era la stessa squadra vista a Londra o soprattutto, con Parma ed Udinese? Sulla carta, la risposta è s√¨, ma molti appassionati vicini al mondo azzurro converranno con noi che la non è cos√¨. E allora, per citare una vecchia conoscenza del nostro campionato: “Porque?” Dovremmo chiederlo a Don Rafè.

Il modulo, quel 4-2-3-1 tanto spettacolare quanto caro all’iberico, in genere appagante in fase offensiva ma molto scricchiolante quando, invece, in fase offensiva ci sono gli avversari, ha dato ampie garanzie a partire proprio dal pacchetto arretrato. Per giocare cos√¨ alti (sembrava di vedere quasi una difesa di stampo zemaniano) è necessario avere due difensori centrali abbastanza polivalenti, bravi in marcatura ma spigliati anche quando devono giocare il pallone. Fernandez e (soprattutto) Albiol hanno dimostrato di esserlo. Per l’argentino, quella di mercoled√¨, è stata di sicuro la miglior partita della stagione o, forse, della sua carriera azzurra. Che sia l’inizio di un nuovo ciclo personale per lui? Lo si spera a cuore aperto. In mediana Behrami ha giganteggiato, coadiuvato da uno Dzemaili molto disponibile e dalle due ali, Mertens e Callejon, che, grazie ai loro polmoni, hanno assicurato, sulle rispettive fasce, almeno 70 metri di copertura. Basti pensare che lo stesso Callejon, applaudito dal San Paolo per un paio di diagonali difensive in linea con Maggio, abbia calciato in porta almeno in tre occasioni, trovando, all’ultima, anche il gol dell’inutile (ai fini della classifica) 2-0. Davanti poi, nonostante un Pandev quasi balbettante, Higuain ha dato sfoggio di tutto il suo repertorio di “pivot real”, meglio coadiuvato da Callejon stesso, che all’entrata di Insigne in luogo del macedone, ha preso proprio il suo posto da trequartista puro.

Ha funzionato tutto, qualunque chiave di lettura risulta premiare la prestazione azzurra (qualità tecnica, acume tattico, cortezza tra i reparti, spirito, furore agonistico e condizione psico-fisica) ma la speranze è che quella di mercoled√¨ non resti una tantum dettata dal grande orgoglio Champions, ma diventi la realtà di un campionato che, se giocato a questi livelli, può regalare ancora molto alla causa azzurra. E poi il capitolo coppe: se quella nazionale inizierà dagli ottavi di finale con l’Atalanta, quella europea, seppur la meno prestigiosa, partirà per il Napoli da testa di serie. La finale, poi, si giocherà allo Juventus Stadium, qual motivo migliore per fare bis a livello personale, mio caro Don Rafe?