L’arte di ricominciare da meno di zero

Entrato qui da sbarbato, ho firmato ogni contratto

Questa è la storia di uno dei nuovi supereroi, il Superman coi guantoni. Non è che abbia tanti superpoteri, eppure sa volare. Volare, alzandosi dalle stanze buie ed anguste della depressione per tornare a volare tra i cuori della sua gente. Pochi segreti, forse uno, quello dell’eterna giovinezza. Chi è e cosa rappresenta Gianluigi Buffon? Una domanda che ha sempre rimbombato nella mia testa, eppure la risposta non la si trova cosi facilmente. Nato a Carrara, Gianluigi Buffon può essere  paragonato ad uno dei vanti della sua città, Buffon è come una buona lastra di marmo. Bianco e freddo, ma anche con quelle striature e quei segni neri, che non parla ma che a guardarlo trasmette più di ogni parola.

Il nero, uno dei dettagli della sua vita. Nero come la pelle di Thomas N’Kono, portiere camerunense sempre poco considerato ma che ha messo i guantoni a Gigi e gli ha regalato il segreto che solo i grandi piccoli uomini di sport hanno quasi come dote, la passione. Già la stessa che ha portato Gianluigi Buffon da Carrara a firmare ogni contratto, quella faccia innocente e sbarbata che nella casa dei più grandi si è preso la scena, Quella prima volta con il mantello Crociato, indossato quasi come pietra dove Weah, Baggio e compagni si sono infranti. O come quella volta che il mantello era Azzurro, Azzurro vivo nella neve e il rigore di Mosca.

L’altro Natale stavo giù in cantina, piangevo sui cartoni  del trasloco

Quella stanza angusta, il buio e poi il freddo, le lacrime. Quelle di gioia, quella della grande occasione, quelle della consapevolezza di avercela fatta. Il grande salto, il giovane lo accoglie non più da sbarbato e con il cuore più pesante. Quando alla sua porta blindata dai suoi guantoni bussa l’avvocato Agnelli il giovane sbarbato diventa il giovane disorientato, quello dagli occhi sgranati quasi incredulo davanti ad un’altro pezzo di marmo, quasi un mosaico bianco striato di nero. La mano stretta sul cuore, il sorriso caldo ed accogliente, quasi da guida paterna di Gianni Agnelli.

La maglia rosa, alla moda certo, ma la stessa casula di quella domenica a casa dei grandi, senza il bianco e nero dei Crociati ma solo all’apparenza, perchè quello di mantello è solo messo al sicuro  sugli scaffali di un cuore sempre più gonfio di esperienza ed emozioni. Certo, bella la luce. Ma spesso l’interruttore va giù di colpo e tu sei li, inerne e sorpreso con i tuoi pensieri dentro il freddo atavico di quella stanza angusta che si ripresenta. Come quando Gigi è passato dalle luci vivide della Serie A a quelle fiacche della B, inerne costretto ad accettare il silenzio di quella stanza. Trova la porta e la chiave, eppure quella porta non la apre mai nemmeno a Rimini, a Mantova o a Piacenza.

Trova l’interruttore, lo tira su e si tira su, spiega la ali e torna a volare, sui tetti della Grande Piazza della Serie A.

Che quando hai visto il mondo dalla cima, dopo sei intrappolato al top come un topo

Partito dalla propria cameretta, chiuso nelle quattro mura di un sogno mondiale con pochi elementi chiave. Quella casacca diversa dalle altre quasi insolita, quei guantoni a coprire le mani ma forse di più a proteggere il cuore, le immagini C.U.L.T. di quella Aquila Nera a volare tra i pali. 1990, dalle televisioni a tubo catodico le immagini di chi quel sogno lo ha coronato partendo dal niente.

Il marmo lucente di Carrara illumina il volto e gli occhi sgranati con il riflesso dei raggi di un sole caldo in quelle giornate di Un’estate italiana, le mani che quasi non resistono e che accompagnano i gesti e le parate che quel tubo catodico passano. 20.57 di domenica 9 luglio 2006, Gianluigi Buffon chiude la linguetta dei suoi Puma King oro e si accoda alle spalle di Paolo Cannavaro, gli occhi fissi nel vuoto, o forse fissi a quei momenti quando era solo un esile bambino pieno di sogni e con una grande voglia di volare sopra le nuvole se possibile, o forse sopra la traversa bianca viva come un blocco di marmo, gli stessi che di rimando gli illuminavano il viso.

E quella sera Gianluigi quelle giornate se le era comunque portate dietro, sulla linguetta destra quella mai dimenticata parola, C.U.L.T. come le immagini di chi quella passione l’ha infusa e come le immagini che poi diventeranno C.U.L.T. poche ore più tardi. Come quando i suoi piedi si alzarono da terra, il manone si schiuse per andare a volare sopra quella bianca lastra di marmo metaforico. Da Carrara a Berlino passando per Yaoundè, dalla provincia e dalla cameretta a tutto il mondo, guardandolo dalla cima. Come in uno di quei disegni divini e di destino, destinato ad essere e a rimanere un pò per sempre C.U.L.T.

Ricominciare da meno di zero

Successi su successi, vissuti sempre da solo nella solitudine di 16 metri, mettendosi alle spalle 7 metri delimitati da una linea. Eppure una grande e imprendibile ossessione, quella coppa argento lucente dalle grandi orecchie che mai Gianluigi ha stretto tra le sue manone. Le delusioni da affogare dentro il fumo di una sigaretta, oppure nell’amore della sua gente, forse davanti alle opere di quelle lastre di marmo, sempre presenti come a scandire momenti, emozioni e delusioni.

Quella ossessione divenuta illusione, la stessa a spingerlo via da quella gente che lo ha accompagnato da sempre. La stanza angusta diventa lo spazio di una sedia che mai gli è mai appartenuta davvero, eppure la stessa sedia che lo ha accompagnato per lunghi mesi. Si dice che i veri uomini sappiano emozionarsi senza doversi nascondere e che gli stessi sappiano guardarsi dentro alla loro anima, sarà successo anche a Gianluigi qualche mese fa. Quando si è ritrovato nuovamente nella stanza angusta e buia, si è guardato sugli scaffali nella sua anima e ha rispolverato il primo mantello, quello che ne ha segnato come una croce il cammino e il cuore stesso.

Scendere di nuovo laddove la luce e fiacca, tra gli occhi disillusi di chi crede che ormai troppo vecchio per continuare a volare, a fare quasi da padre per chi quella maglia crociata tra i grandi la veste ancora da sbarbato, a sfoderare il suo sorriso migliore, quello ristoratore e da guida che chi non c’è più solo qualche anno fa gli aveva mostrato.

Sarà che al posto di un bambino Dio, m’ha dato due milioni di nipoti 

Tempo di tirare, almeno per me e per voi che leggete, il freno e darsi una risposta. Qualche centinaia di parole fa una domanda si è imposta, Chi è e cosa rappresenta Gianluigi Buffon? Rappresenta l’uomo di sport si, l’uomo rimasto al top in trappola come un topo, l’uomo che si è messo a nudo svelando paure e desideri, ma pur sempre l’uomo. Ha imparato a volare per evadere dai problemi di una vita amara, ha trovato ristoro dentro la pelle trattata e morbida di quei guantoni divenuti la sua arma.

Ha accolto quello sguardo e quel sorriso paterno fino a farlo divenire suo, per meglio accogliere due milioni o forse più di nipoti, quelli che come lui davanti alle televisioni stavolta al plasma e a pochi pollici hanno sgranato gli occhi e con lui hanno chiuso la linguetta, che hanno volato con lui sopra quella lastra anonima e fredda, che hanno chiuso tenuto chiusa la porta di quella stanza angusta per tornare a volare in silenzio, ma facendo dannatamente rumore. Gigi è per sempre simbolo, padre, zio. Destinato a rimanere C.U.L.T, ma sempre con gli occhi sgranati come dentro quella galeotta o forse benedetta Estate Italiana. Per sempre, UN1CO!