I luoghi comuni che uccidono la passione

Sport, calcio, donne: il sessismo cambia ma non si placa dai primi anni del ‘900 al 2023.

Erano i primi anni del ‘900 quando ci furono i primi cenni di sessismo nello sport. Per una donna nuotare era disonorevole, nonostante fosse un atto di sopravvivenza.

Era il primo dopoguerra, quando ancora si considerava lo sport femminile tanto indecoroso, che alcuni giornali dell’epoca raccontavano di pseudo ricerche scientifiche testimonianti che nelle donne avrebbe condotto a sterilità, nascita di maschi non virili. Addirittura di trasformazione del corpo e della mente: sarebbe sparita la femminilità anche nel vivere quotidiano oltre che nelle fattezze.

Cosa c’entrano questi cenni storici con questo articolo, vi chiederete. La risposta è semplice: siamo nel 2023 e ancora oggi dobbiamo leggere e ascoltare commenti sessisti nei confronti di una donna. Nello specifico una donna che si approccia al calcio. Uno sport che il maschio alpha, come è stato soprannominato in un nostro precedente articolo (LEGGI QUI), considera di proprietà esclusivamente del cromosoma Y.

Come se fosse scritto sul regolamento diramato dalla FIGC che il calcio non è uno sport per donne. E’ vero, anche De Coubertin, quando ha pensato ai giochi non era conciliante con l’idea di una donna sportiva. Ricordiamo, però, che il calendario segnava l’anno 1887: circa, quando i primi pensieri olimpionici apparvero nella mente del barone parigino.

Ebbene son passati ben 136 anni da quel tempo. Un po’ meno dall’impresa di Trudy Ederle, prima nuotatrice olimpica ad aver attraversato la Manica (1927, ndr), eppure non sembra cambiato il pensiero comune. Una donna non può invadere lo spazio che l’uomo ha colonizzato. E’ ciò che è accaduto in occasione della partita di Coppa Italia Napoli-Cremonese a Maria Sole Ferrieri Caputi. Nel post gara sono stati tanti gli insulti nei confronti della direttrice di gara, ma anche della terna, tutta al femminile.

Errore sì, errore no. Poco cambia, se quando la critica ha il sapore di una discriminazione. Non apparente, sia chiaro, ma ben esplicitata. Soprattutto da chi, poi il 25 novembre di ogni e l’8 marzo posta frasi di stima, rispetto e contro la violenza sulle donne. Come se la violenza fosse solo quella fisica. Come se dire che il calcio femminile è inferiore a quello maschile non sia una sorta di violenza. Una denigrazione, perchè non sono solo le botte a far male, bensì anche la sottostima di ciò che una persona può o non può fare.

E allora, se è solo una questione di “essere scarsa ed inadeguata alla situazione“, perchè in occasioni anche peggiori non si dice ad un arbitro uomo di andare a coltivare la terra, o di caricare i mattoni, spaccare la legna, ecc? Perchè l’errore maschile è concepito sempre e comunque come un “gomblotto” mentre quello della donna come “inadeguatezza” di “impedimento cerebrale” allo statu quo ante o nunc.

Dunque, da giornalista sportiva non resta che soffermarmi a riflettere sulla vera e propria concezione che alcune persone viventi nel mondo del calcio campano abbiano realmente e non solo di facciata, quando la penna ha un tornaconto personale.