Giampiero De Carli a Sport Campania:”Ciò che ci penalizza è il mancato seguito del pubblico. Franco Smith? È un ottimo allenatore”

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con l’allenatore degli avanti dell’Italrugby Giampiero De Carli, classe 70′, percorrendo gli anni da giocatore in nazionale fino ad arrivare agli anni da allenatore negli azzurri

 

Giampiero, prima di diventare allenatore ha avuto una lunga carriera da giocatore. Quant’è cambiato il rugby dai suoi esordi ad oggi?

La differenza è enorme,se parliamo degli esordi a Roma, questo sport era giocato da liberi professionisti tipo avvocati perché erano attività lavorative che davano la possibilità di integrare lo sport nel loro tempo libero,quindi avevano le possibilità di potersi allenare alle sette/otto di sera che era l’orario di punta degli allenamenti per tre volte a settimane. Al giorno d’oggi si è trovato un equilibrio nel poter organizzare gli allenamenti dando così la possibilità a chi volesse fare questo sport a livelli professionali, anche i campionati ad esempio ora abbiamo due franchige che girano l’Europa tutto l’anno tra vari tornei. Sono due stili di vita diversi, il sacrificio all’epoca era privarci dell’allenamento perché gli orari lavoro-allenamenti non sempre incastravano e anche i terreni di gioco non erano in perfette condizioni però giocavamo con l’intento di svagarci, non c’era impegno,rispetto ed equilibrio tutto quello su cui poi è nato questo sport, da quei momenti di chi li ha vissuti e raccontati anche se difficile farli capire nel modo giusto a chi non li ha vissuti invece oggi è a tutti gli effetti una professione.

La sua esperienza in Francia da giocatore l’ha formata in qualche modo?

Quello per me è stato un anno particolare, dovevo partire per la coppa del mondo nel 1999 ma un infortunio nell’ultimo raduno mi impedì di partire, quindi l’esperienza parigina iniziò con le terapie che durarono circa due mesi. Le regole di certo non aiutavano come la regola dell’International board dove nel caso i giocatori non accettassero i tour estivi della nazionale italiana non avrebbe potuto giocare quarti di finale semifinale e finale e quindi fui costretto a partire altrimenti non avrei più giocato. Glianni successivi ho continuato a giocare fino a Calvisano dove dopo il mio ritiro mi ha dato la possibilità di diventare allenatore.

20 anni che si disputa l’RBS Sei Nazioni dove a vincere sono le solite Inghilterra, Irlanda e qualche anno fa anche la Francia. Cosa manca all’Italia affinchè possa salire tra queste eccellenze europee?

All’Italia non manca nulla abbiamo le strutture e le persone competenti il problema è che giochiamo sempre con squadre dove il rugby è uno sport ben radicato e sono veramente delle potenze mondiali non nascondiamolo. Se invece giocassimo con squadre alla nostra portata come Georgia, Spagna, Russia avremmo sicuramente risultati migliori ma fino a che punto ci gratificherebbe? E’ come se la Nazionale di calcio giocasse sempre con il Brasile,l’Argentina, Uruguay non riuscirebbe ad emergere in maniera positiva sempre nonostante il movimento sportivo che il calcio ha qui in Italia, ed è proprio questo che metto in evidenza,un movimento sportivo che nel rugby italiano è molto basso in Inghilterra c’è solo il calcio e il rugby la stessa cosa anche in Francia e in tante altre nazioni. Quando si pensa che manca qualcosa come allenatori e giocatori bisogna prima pensare al contesto in cui noi addetti ai lavori siamo circondati qui in Italia.

Lei è allenatore della nazionale dal 2014 ha lavorato con Brunel, O’Shea e adesso Franco Smith con quale dei tre ha avuto un approccio più forte?

Con Brunel siamo rimasti molto amici nonostante io sia arrivato nell’ultimo anno e mezzo come allenatore proprio quando i risultati venivano meno e altre difficoltà ma non a livello tecnico in quel caso era proprio la squadra che non riusciva a ricompattarsi però lavorativamente parlando mi sono trovato molto bene con lui. Con O’Shea che era un organizzatore quindi sul piano tecnico ci occupavamo tutto noi e con lui abbiamo mancato qualcosa, perdevamo stupidamente partite dove potevamo portare a casa dei punti importanti e la responsabilità era di tutti sia dello staff che dei ragazzi se avessimo vinto sarebbero stati anni importanti. Con Franco Smith che è un allenatore conosce benissimo questo sport, e in questi tre mesi mi sono trovato molto bene condividendo tante cose che lui ci proponeva portando un progetto tecnico totalmente diverso rispetto a quello che c’era prima. Tre anni in nazionale è come se fossero un anno di un club qualsiasi che partecipa ad un campionato, quindi è difficile far integrare un sistema ai ragazzi però quando ricominceremo siamo in grado di fare cose importanti, che è diverso dal vincere ritornando al discorso di prima.

Dopo questo lungo stop sarà difficile riprendere la normalità?

Sinceramente no, perché ci sarà una gran voglia di ripresa da parte di tutti noi, siamo tutti preparati per riprendere a giocare fisicamente sono molto fiducioso, il nostro è uno sport molto di contatto e a meno che il virus non scompaia del tutto sarà difficile riaprire tutti i tornei.