Covid-19. Storia di un nuotatore sfrattato

Il calcio si mobilita, il calcio, quello che coinvolge centinaia di migliaia di giocatori dall’Eccellenza a scendere, quello che coinvolge milioni di bambini affezionati all’idea di diventare “Cristiano Ronaldo”. Eppure non solo il calcio è stato colpito da un lockdown sportivo mal digerito da tutti, tranne chi continuerà nelle proprie attività nonostante l’incombere della seconda ondata.

Tra chi digerisce meno la nuova sospensione ci sono i nuotatori. Sì, coloro che per antonomasia godono di no sport completo, che fortifica l’intero corpo, che aiuta psicologicamente, che funge anche da fisioterapia. Il nuoto, che sia libero o che sia in corso. Si chiudono, però, i battenti, che si parli di un nuotatore professionista o semplicemente un amatore. Non c’è differenza, solo la possibilità di andare altrove.

Un nuotatore sfrattato, quello che deve preparare le proprie competizioni nazionali, ma non ha più a disposizione una piscina in cui farlo, se non quelle che fungono da strutture operanti solo per la fisioterapia. Un nuotatore che resta una fissa dimora, per uno che resta senza dimora, quelli amatoriali, quelli che al nuoto si dedicano per passione, per tenersi in forma, per motivi di salute che esulano dalla fisioterapia.

Nuotatori senza gloria che devono rinunciare alla propria passione nonostante si sappia che la piscina sia il luogo più sicuro in un periodo storico in cui si richiede massima sanificazione. Esalazioni di cloro, concentrazioni triple rispetto a quelle necessarie per abbattere il virus. Uno sport che comunque chiede necessariamente distanza, che sia agonistico o amatoriale, se non ci si vuole imbattere in uno scontro.