“C’era una volta il calcio”. Gli albori: dalla Cina ai romani passando per la Grecia

Benvenuti a questa nuova rubrica settimanale C’era una volta il calcio, nella quale andremo a tentare di riscostruire la storia del gioco più bello del mondo a partire dalle sue origini ancestrali. In questo viaggio tra storia ed evoluzione del gioco, a partire dalle origini, passando per il calcio fiorentino, fino all’avvento del calcio moderno.

LE ORIGINI – Le prime tracce del gioco risalgono niente di meno che al III¬∞ o II¬∞ secolo A.C., in Cina, dove veniva praticato il Cuju (o Ts’u-Ch√º), un gioco utilizzato come addestramento delle truppe militari nel qual bisognava mandare in pallone fatto di piume e capelli in un buco formato da due canne di bambù, esclusivamente con l’utilizzo dei piedi. Stando ad un manoscritto risalente al 50 A.C., conservato a Monaco, viene attestata l’introduzione di questo gioco anche in Giappone, con la conseguente disputa di incontri tra le squadre dei due paesi. Il Ts’u-Ch√º è ufficialmente riconosciuto dalla FIFA come il più antico gioco riconducibile al gioco del calcio moderno. Sempre in Giappone sembra che si praticasse anche un altro gioco, chiamato Kemari, (più recente di circa 500-600 anni rispetto al gioco cinese) che viene tutt’ora praticato. Il Kemari si svolgeva in uno spazio relativamente piccolo, nel quale i giocatori dovevano passarsi un involucro di cuoio al cui interno era collocata una vescica di animale, senza che questo toccasse terra.

IN GRECIA E ROMA –Intorno al IV¬∞ secolo A.C., il concetto di rete (o gol) che aveva visto la luce in Cina, attecch√¨ anche in Grecia, che è considerata come la nazione europea padre del calcio e del rugby. Qui si sviluppò l’Episkyros, un gioco estremamente violento (soprattutto nella versione praticata a Sparta), riconosciuto anch’esso dalla FIFA come antenato del calcio. L’Episkuros veniva praticato da due squadre, composte da 12 a 14 giocatori per squadra, nel quale bisognava calciare la palla al di sopra della testa degli avversari, costringendoli ad arretrare dietro la linea bianca posta alle loro spalle. Il campo era composto da una linea centrale, detta Skuros, ed appunto da due linee di fondo poste dietro le due compagini.

Ben presto il gioco fu adottato anche dai Romani, che lo trasformarono nell’Harpastum (dal greco arpazo, strappare con forza, afferrare). Le gare venivano svolte in un campo di forma rettangolare delimitato da linee laterali e diviso da una linea centrale. Lo scopo era quello di riuscire ad appoggiare la palla sulla linea in fondo al campo avversario, con l’ausilio di mani e piedi, ed ogni giocatore aveva un ruolo ben preciso. Secondo quanto descritto da Marziale, esistevano due tipologie di palloni utilizzate per praticare l’Harpastum, una fatta di cuoio e ripiena di piume detta pila paganica (adoperata per lo più dai contadini) ed uno fatto di cuoio con una camera d’aria all’interno costituita da una vescica. Il gioco rimase popolare per circa 800 anni, durante i quali i legionari lo diffusero in tutto il vecchio continente, e con tutta probabilità, anche in Inghilterrra.

Giovanni Tafuto

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