Cavese, ricominciano i divieti di trasferta: la prevenzione che sa di discriminazione

Divieti, restrizioni e porte chiuse: il calcio sta ghettizzando i tifosi

La nuova stagione della Cavese comincia nel peggiore dei modi per il popolo metelliano. Non sul campo, dove la squadra si appresta ad affrontare una nuova annata, ma sugli spalti, là dove ancora una volta i tifosi saranno costretti a fare un passo indietro.

In occasione della sfida di Coppa Italia di Serie C contro il Campobasso, in programma sabato 15 agosto alle ore 21, è arrivato infatti il divieto di vendita dei tagliandi ai residenti nella provincia di Salerno. Una decisione adottata dal Prefetto di Campobasso che, di fatto, impedisce ai sostenitori della Cavese di seguire la propria squadra al “Molinari”.

Un provvedimento che, per la tifoseria metelliana, assume un peso ancora maggiore considerando quanto accaduto nella passata stagione. Le trasferte della Cavese sono state sistematicamente precluse ai propri sostenitori, con motivazioni legate soprattutto alla prevenzione e all’ordine pubblico, senza che vi fossero ogni volta episodi concreti tali da giustificare una limitazione così drastica della libertà dei tifosi.

Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe opportuno interrogarsi.

La prevenzione è certamente un principio fondamentale e la sicurezza negli stadi non può essere messa in secondo piano. Ma quando la prevenzione diventa una misura costante, generalizzata e reiterata, il rischio è quello di trasformare un’intera tifoseria in un problema da evitare a prescindere. Una sorta di ghettizzazione sportiva, nella quale il semplice fatto di essere residenti in una determinata provincia diventa sufficiente per non poter assistere a una partita.

Il paradosso è evidente: si parla continuamente della necessità di riportare le famiglie negli stadi, di rilanciare il calcio come momento di aggregazione e di avvicinare nuovamente il pubblico alle proprie squadre. Poi, però, si continuano a chiudere settori, vietare trasferte e impedire ai tifosi di accompagnare la propria squadra.

E la Cavese non è certamente un caso isolato.

Sono numerose le tifoserie, soprattutto nel calcio del Sud Italia, a essere periodicamente penalizzate da divieti di trasferta e limitazioni alla vendita dei biglietti. Decisioni che finiscono per colpire indistintamente migliaia di persone, comprese quelle che vorrebbero semplicemente vivere una giornata di sport insieme alla propria squadra.

Il problema non è discutere la necessità di intervenire quando esistono reali rischi per l’ordine pubblico. Il problema è chiedersi se sia davvero accettabile che la soluzione diventi, sempre più spesso, impedire a tutti di andare allo stadio.

Perché vietare una trasferta è la strada più semplice. Ma non necessariamente quella più giusta.

La tifoseria della Cavese si trova così, ancora una volta, davanti a un cancello chiuso. E lo fa già alla prima uscita ufficiale della stagione. Un segnale che non può lasciare indifferenti e che riapre una discussione più ampia sul rapporto tra sicurezza, responsabilità individuale e diritto dei tifosi di seguire la propria squadra.

Se il calcio vuole davvero tornare a essere una festa popolare, forse sarebbe arrivato il momento di smettere di considerare il tifoso come un problema da prevenire e iniziare a considerarlo per quello che dovrebbe essere: parte integrante dello spettacolo.