Continuano ad arrivare brutte notizie in casa rossoblù. In seguito ai tamponi effettuati ieri di urgenza dall’Asl di Caserta, intervenuta allo stadio Alberto Pinto posticipando la disputa della gara contro la Viterbese Castrense, la società campana del presidente Giuseppe D’Agostino ha riscontrato altri due nuovi componenti del gruppo squadra positivi al Covid-19. Si tratta due dei tre calciatori scesi in campo in stato febbrile contro la formazione laziale. La Casertana di mister Federico Guidi, nonostante i ben 15 casi Covid-19, è stata costretta a scendere in campo in nove uomini e con una panchina completamente vuota dopo aver rimediato un ‘no’ secco alla richiesta di rinvio del match. Uno spettacolo indegno è andato in scena ieri al Pinto, propiziato dal benestare della Lega Pro. Il club rossoblù aveva già usato il ‘jolly’ in occasione della gara con il Bisceglie, ottenendo il rinvio a data da destinarsi.
Ma questo non esula dal fatto che la Lega Pro capeggiata dal presidente Francesco Ghirelli, lo stesso che giorni fa si complimentava con D’Agostino per il progetto legato al nuovo stadio, aveva il dovere di prendere in mano la situazione non permettendo lo spettacolo indecente visto ieri al Pinto che ha gettato fango sull’intero calcio italiano. A remare contro è stata anche la stessa Viterbese Castrense, con il patron dei laziali che ha adottato come giustifica quello di aver speso una somma ingente per questa stagione mettendo in primo piano i soldi, anziché la salute. Il regolamento, stilato proprio a causa della pandemia da Coronavirus, prevede la regolare disputa se c’è la certezza di avere a disposizione almeno 13 calciatori, compreso il portiere. Tuttavia, la Lega Pro nella giornata di ieri ha permesso che la Casertana giocasse la gara, valevole per la 16esima giornata del girone C di Serie C, in nove uomini mettendo a rischio la salute di tutti.
A rispondere in merito è stato lo stesso presidente della Lega Pro, Francesco Ghirelli. Queste le sue dichiarazioni sulla questione Casertana-Viterbese: “Partiamo da un fatto: il calcio ha deciso di andare avanti in periodo di Covid-19 e per farlo ha dovuto accettare due condizioni, un regolamento, emanato dall’UEFA e recepito a livello nazionale dalle leghe e una sicurezza della salute non a rischio zero, ma la massima possibile. Questa scelta è stata applaudita da tutti o meglio dalla stragrande maggioranza. La Lega Pro, prima dell’emanazione del regolamento UEFA aveva avanzato una proposta che prevedeva in caso di quattro positivi che il club potesse chiedere il rinvio. Proposta che è stata superata, giustamente, dal regolamento UEFA. La Lega Pro ha recepito il regolamento UEFA ed inserito in aggiunta una deroga, che prevede, per una sola volta nell’arco della stagione che un club possa avanzare richiesta alla Lega di rinviare la partita se si sia in presenza di un numero minimo di quattro calciatori colpiti da Covid-19. La regola UEFA prevede che si gioca se il club abbia almeno 13 calciatori in rosa, compreso obbligatoriamente un portiere, non colpiti da Covid-19; in tale conteggio devono essere considerati i calciatori squalificati o infortunati. Questa regola nel corso della stagione è già stata applicata in varie occasioni. Per citarne una per tutte in occasione della gara tra Palermo e Catania dello scorso 9 novembre. Ricordo anche per completezza d’informazione che lo stesso regolamento al punto 3 prevede che qualora la società “decida comunque di non disputare la gara, la stessa sarà attinta dalla sanzione della perdita della gara con il punteggio di 0-3, senza l’applicazione dell’ulteriore penalizzazione di un punto in classifica, irrogata dal competente Organo di Giustizia.
Aggiungo un ulteriore dato. Vi sono stati nel corso della stagione delle situazioni in cui le competenti autorità sanitarie hanno comunicato la presenza di un cluster ed il rischio dell’aggravarsi della situazione epidemiologica. In quei casi la Lega è naturalmente andata oltre il regolamento ed ha proceduto immediatamente al rinvio delle gare. Procedura che la Lega avrebbe naturalmente posto in essere anche ieri in presenza di un rischio evidenziato dalle autorità sanitarie. La decisione di giocare presa dal calcio, ne implica una consequenziale ossia che ci sia la massima sicurezza della salute, ma non il rischio zero. Cosa vuole dire? Il sistema dell’accertamento del tampone ha la sua certezza ma è limitato temporalmente al momento in cui lo stesso viene testato. Cioè non c’è la certezza assoluta dell’immunità. Alla Lega spetta di applicare le regole vigenti. Mi limito a questa constatazione perché non voglio esprimere il disagio personale che ognuno vive dentro se stesso. Ricordo che la Lega Pro fu la lega professionistica che, per rispetto della salute, sospese al sorgere di Covid-19 la prima partita Piacenza-Sambenedettese e poi il campionato ed allora le critiche aspre (eufemismo) furono di quelli che erano contrari alla sospensione del campionato. Lo ricordo, non per spirito polemico che non servirebbe, ma per far comprendere che Covid-19 ha generato e genera incertezza, precarietà ed ogni decisione è sottoposta, inevitabilmente, a critiche.
Oggi, per esempio mi accorgo che le critiche di aver applicato il regolamento arrivano anche dalla cosiddetta area “negazionista” cioè da chi in questi mesi ha seguito la linea che fosse non reale il rischio Covid-19. Paradossalmente, arrivano da lì i toni più aspri e senza possibilità di discussione. Ringrazio tutti i dirigenti di Lega Pro che in queste giornate hanno lavorato con dedizione e professionalità. Qualcuno ha scritto che ci sarebbe stato “un silenzio assordante della Lega”. Silenzio è vero, lavoro tanto, per ragionare con i due club, tessere rapporti con le autorità competenti, provare a vedere se si potesse andare “oltre il regolamento”, con il consenso di tutti i protagonisti. Solo al momento in cui le squadre sono scese in campo ed ogni possibilità si era consumata, la Lega Pro poteva, doveva, era obbligata a dare la versione su come si fossero svolti i fatti relativi a Casertana-Viterbese. Cosa dire di altro? Non scarico le mie responsabilità. Non scarico la mia coscienza. Di una cosa sono certo, nella mia limitatezza di uomo ho operato con grande sofferenza, ma ritengo che non ci fosse altra decisione possibile se non quella di applicare il regolamento vigente. Farlo, consente un recinto in cui tutti sanno quali siano le regole. Sono giuste? Sono quelle le regole e vanno applicate”.
Nunzio Marrazzo




