Calcio malato e malandato. La crisi del pallone di periferia e non solo

Né la passione, né la fede sportiva. Né l’amore per la piazza, né la voglia di riscatto. Cos’è che move il calcio dilettantistico?

Tornaconti personali: ecco le basi su cui poggiano molte società. Altrimenti non si spiega molto, troppi i vuoti che si creano già a metà di ogni stagione. Pagamenti a singhiozzo, impianti abbandonati, contestazioni delle tifoserie, rotture, conflitti interni, questo il pout puri di situazioni che si susseguono o si presentano costantemente. Poi arrivano gli addii, i cambi sede, di denominazione. Le città restano orfane di quel calcio presentato come riscatto dell’intero territorio, un’aggregazione di valori che però negli ultimi anni non resiste più di qualche stagione. Un trend sempre più in ascesa sul territorio campano, come rendere virtuoso un circolo vizioso?

Una soluzione si potrebbe trovare guardando all’estero. Adattando al calcio europeo il sistema delle franchigie statunitensi. La parola d’ordine: regolarizzazione. Come? Creando delle commissioni di controllo, in stile NBA. Un Federal Board: una commissione gestionale centralizzata; e i Regional Board, quelle subordinate. Ad essi il compito di monitorare il comportamento della società, votare l’ingresso di nuove figure societarie in club esistenti (compresi i cambi di proprietà, ndr), ampliarlo anche ai club neonati o risorti. In questo caso sotto la lente d’ingrandimento la reputazione della cordata: valutando lo storico, il progetto e il budget a disposizione. Questo andrebbe inevitabilmente a coinvolgere anche la questione dei trasferimenti smodati. A votazione anche l’utilizzo degli impianti sportivi, ad eccezione dei casi emergenziali, così da evitare affollamenti e problemi di programmazione.

Negli USA, nelle maggiori federazioni sportive, i trasferimenti sono decisi a tavolino, programmati, su richiesta. L’ultima parola spetta ai proprietari delle franchigie, chiamati ad autorizzare la migrazione, Si ricorre al voto anche per acconsentire l’ingresso in lega ad un nuovo proprietario, per mantenere stabile l’equilibrio. Un imprenditore che non può garantire un certo standard economico non sarà accettato.

I vantaggi? Il comparto potrebbe riacquistare fiducia e credibilità. Creare una sinergia con le amministrazioni permetterebbe progetti pluriennali, con obiettivi professionistici come fu per l’Arzanese, il Marcianise, la Battipagliese, la Puteolana, ecc. Sul banco la disponibilità di trovare sponsor e di affidare la gestione dello stadio alle realtà territoriali, per almeno dieci anni, con una convenzione non esclusiva. A questo le società potrebbero affiancare una strategia di marketing che possa arricchire le casse dei club. Più importante: ripulire il calcio da personaggi che fanno dello sport, un vicolo di fama personale.

Il veto da parte della commissione di controllo potrebbe trasformarsi in uno strumento per monopolizzare il calcio. Il Regional Board dovrebbe essere composto dai presidenti dell’intera filiera regionale, capeggiata dal presidente di Comitato, come garante della regolarità dello svolgimento delle attività.

Non siamo gli Stati Uniti, a dirla tutta non siamo uniti nemmeno nelle decisioni, specie in un momento del genere. Non siamo nemmeno la NBA, dove le franchigie sono sotto controllo per evitare crack emotivi e finanziari. Ci vorrebbe una carta etica da condividere, una buona partenza per porre le basi di stagioni senza strascichi e imperniate sulla lealtà.