Basta toto allenatore, lasciamo lavorare Gattuso, poi si vedrà

“Che vinca o che perda noi siamo sempre qua….”. No, non sono stato colpito da attimi di tifo sfrenato da stadio, ma ho preso solo in prestito la frase del coro che riecheggiava spesso negli impianti della Penisola prima che la stessa venisse colpita dalla pandemia da Covid-19. Ma allora a cosa intendo fare riferimento con quei pochi versi? A modo mio vorrei cercare di inquadrare la situazione attuale di Gennaro Gattuso, allenatore del Napoli, che sta vivendo una stagione fatta di cadute, ma anche di riprese in grande stile. Una costante, da inizio periodo nero degli azzurri ad oggi, non è affatto cambiata: il toto-allenatore.

DALL’OLIMPO ALL’ADE – L’ex Milan era arrivato alla guida dei partenopei nella scorsa stagione, per risollevare le sorti della squadra dopo la gestione Ancelotti, che aveva raggiunto l’apice in negativo con il famoso ammutinamento nella serata di Champions League del 5 novembre, al termine del match con il Salisburgo. Da quella sera, circa un mese più tardi arriveranno le dimissioni/esonero del tecnico di Reggiolo e l’arrivo di Gattuso. Dal suo arrivo, Ringhio riuscì a mettere ordine nel caos, ridando serenità all’ambiente, centrando anche il suo primo trofeo da allenatore, vincento la coppa Italia a danno della Juventus campione d’Italia. Una base importante dalla quale partire per il futuro immediato, che sembrava pottesse essere roseo. Infatti, ad inizio dell’attuale stagione, il Napoli viaggia su buoni livelli, solo tre sconfitte in campionato contro le quotate Milan, Inter e Lazio, da settembre a dicembre con vittorie importanti su Atalanta e Roma. Chiuso il 2020 sono arrivate le difficoltà, complice qualche infortunio importante come quelli di Osimhen e Mertens, seguiti successivamente da Lozano rientrato da poco, i contagiati dal Covid-19 e qualche squalifica arrivata in corso d’opera. Insomma, Gattuso è costretto a giocare con il materiale umano a disposizione, spesso provando ad inventarsi qualcosa (vedi Elmas schierato esterno con compiti anche difensivi oppure in attacco, ndr), che non è andata proprio bene. Qui il primo toto-allenatore, da Massimiliano Allegri a Simone Inzaghi, nel centro altri sette nome, Ivan Juric, Paulo Fonseca, Vincenzo Italiano, Luciano Spalletti, oltre agli annunciati ritorni di Maurizio Sarri, Walter Mazzarri o di Rafa Benitez.

LA RINASCITA – Una situazione che ha fatto subito insogere i malumori della piazza abbastanza comprensibili, ma che ha messo subito in discussione il ruolo dell’allenatore, che ogni giorno sembrava essere in procinto di dire addio alla panchina. Una questione calda, che per molti allenatori sarebbe stata determinate per cedere il passo a chi sarà, ma non Gattuso. Il tecnico calabrese, forte anche della fiducia dei calciatori, mentre la società sondava già altri profili, ha attirato su di se tutte le attenzioni, ma nel frattempo lavorando con la squadra in attesa di recuperare tutti gli effettivi e ripartire. Un Napoli che pochi mesi fa sembrava fuori da tutto, eliminazione in coppa Italia, eliminazione in Europa League, finale di Supercoppa persa e una classifica deficitaria, poi la svolta. La formazione azzurra ha iniziato a macinare punti su punti, tanto da tenere il passo dell’Inter, che a breve si laureerà campione d’Italia, arrivando in piena zona Champions League e a -2 dal secondo posto.

IL BRUSIO DELLE PAROLE – Nemmeno le vittorie hanno aiutato Gattuso a non sentire continue voci sul suo futuro e sul futuro della panchina azzurra. Prima il ritorno in auge di Allegri, subito smentito, poi la voce insistente su Juric ed infine l’irruente ritorno di Spalletti tra i candidati, mentre il buon Ringhio, prima accostato alla Fiorentina e ultimamente, udite udite, alla Juventus in cerca già del dopo Pirlo. Chiaramente non intendo screditare colleghi più esperti di rinamente testate giornalistiche, dai quali c’è solo da imparare. La mia, più che altro, è una preghiara che investe tutti, non solo Gattuso. Lasciatelo e lasciateli lavorare, per parlare di mercato ci sarà un’estate intera, ma ora tutto questo potrebbe solo destabilizzare un percorso, una squadra, che vede l’obiettivo ad un passo. Se ci sarà una caduta oppure no, lasciamolo decidere al campo.

Che poi, dopo tutti questi nomi, mettiamo caso che… se lui restasse?