Under: una miniera o un incubo?

Dalla Serie D alla Promozione: è l’incubo dei calciatori più che dei presidenti. Ovviamente si tratta della regola degli under. Una regola che già fa discutere in maniera smisurata gli stessi calciatori, ma anche gli addetti ai lavori. Una discussione unilaterale, ma nata da motivazioni diverse. Se da parte dei calciatori è una questione di impiego e di possibilità che si restringono, dall’altra c’è una stretta che costringe a inserire nella formazione calciatori probabilmente ancora non pronti.

Come un effetto domino il tutto va a ripercuotersi sugli stessi giovani atleti, ma anche sulle scuole calcio, accusate di non essere realmente istruttive come si prefiggono di essere. I profili richiesti sono sempre gli stessi: i terzini, il portiere e in casi proprio estremi le mezzali e gli esterni di attacco. Ruoli in cui, insomma, la responsabilità c’è ma non è tanta. Nelle loro mani non c’è il destino del match. Ecco, però, che al termine di quella fascia di garanzia, la fascia under appunto, molti calciatori vengono messi da parte perchè non più utili alla causa. Poco importa se meriterebbero di stare ugualmente in campo. E troppo poche sono le occasioni date ai vari Francesco Fusco, Genny Rondinella, passati da under nel mondo dei professionisti. Vere e proprie mosche bianche, figlie di talento e buona gestione del materiale umano.

la discussione, però, negli ultimi giorni è andata a colpire anche il settore professionistico del calcio nostrano. La Lega Pro, infatti, ha approvato una modifica al regolamento che, oltre alla regola dei 271 minuti in campo per i giovani, ha previsto un taglio delle rosa da 25 a 22 calciatori. L’AIC e i calciatori stessi hanno minacciato sciopero sin dalla prima giornata, motivo il rischio di disoccupazione per oltre 200 calciatori, che rischieranno anche di perdere lo status di professionista.

Status a parte, però, il problema principale, secondo l’Assocalciatori è l’incapacità dei dirigenti della terza serie nazionale sul momento storico, la crisi del calcio e il rischio per molti di non riuscire a continuare la propria carriera nel mondo del calcio. Da un lato l’incertezza, ma dall’altro, con la perdita dello status da professionista, ecco che arriva anche una vera beffa a livello contributivo. Le presenze nel calcio dilettantistico, infatti, non valgono a livello previdenziale ed è questo uno dei motivi per il quale l’AIC è sul piede di guerra.

Dall’altro lato la stessa associazione dei calciatori che punta il dito reclamando meritocrazia e responsabilità da parte dei vertici, ma anche dei presidenti che non vogliono investire nel mondo del calcio. Nel primo caso, il chiaro riferimento è alla miriade di calciatori, (under classe ’99, ’98, 2000, ’01 e giovani di serie, ndr) destinati ad abbandonare il calcio o ritrovarsi nei dilettanti, dove, comunque, saranno fuori dalla fascia protetta e in balia degli eventi e dei presidenti.

E se nel calcio dilettantistico l’inosservanza della regola vale una partita persa a tavolino, ecco che in Serie C la pena si fa più dispendiosa: 10mila euro di multa per la prima trasgressione, 20mila per la seconda, 50mila per la terza.

Insomma il mondo del pallone sta stringendo l’imbuto, non solo in termini di denaro, ma soprattutto in termini di qualità e possibilità di scoprire talenti provenienti da vivai e squadre dilettantistiche. Proprio in queste categorie si va a concretizzarsi il problema opposto. Dall’Eccellenza alla Promozione, infatti, lo spazio per gli under va riducendosi passando da 3 a 2, lasciando ampio spazio agli over. Striscia protetta che si accorcia, quindi, nelle categorie dilettantistiche, che dovrebbe essere per antonomasia la culla dei giovani talenti, come i vivai, appunto. Problemi che si intrecciano, quindi, con gli over che potrebbero ritrovarsi senza status e contributi, e i giovani talenti che potrebbero essere catapultati nel professionismo senza la giusta gavetta che possa permettere una maturazione costante e graduale.

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