A distanza di alcune ore da Scafatese-Team Altamura, disputata al Raffaele Guariglia di Agropoli, emerge una ricostruzione differente rispetto a quella circolata inizialmente sui presunti disordini lungo la Statale 18. Al centro della vicenda c’è soprattutto un flusso di informazioni che, nel corso della serata, avrebbe contribuito ad alimentare una versione dei fatti rivelatasi priva di riscontri secondo le testimonianze successivamente emerse.
A fare chiarezza è stato il giornalista Giovanni Coppola di Agro Today, che ha raccontato di essere stato personalmente sul posto e ha smentito la ricostruzione secondo cui i sostenitori della Scafatese avrebbero organizzato un agguato nei confronti dei tifosi dell’Altamura nel territorio di Capaccio Paestum.
Secondo quanto riferito da Coppola, la lunga fila di automobili non sarebbe stata provocata da uno scontro tra tifoserie, ma dalla necessità di prestare assistenza a un van rimasto fermo a causa di un problema alla centralina. All’interno del mezzo, sempre secondo il giornalista, vi erano anche dei bambini.
La presenza delle numerose automobili avrebbe quindi avuto una motivazione completamente diversa da quella inizialmente ipotizzata: i tifosi della Scafatese si sarebbero fermati per mettere a disposizione i propri mezzi e consentire alle persone presenti sul van di poter fare rientro a casa, qualora il veicolo non fosse riuscito a ripartire.
Un episodio che, nella prima ricostruzione circolata, sarebbe dunque stato interpretato come un possibile blocco stradale finalizzato a un confronto tra tifoserie, mentre la testimonianza diretta di Coppola propone una lettura diametralmente opposta.
Il peso delle notizie non verificate
La vicenda riporta inevitabilmente l’attenzione anche sulla responsabilità di chi fa informazione. Una notizia non verificata può trasformarsi in pochi minuti in una ricostruzione apparentemente certa, soprattutto quando riguarda il mondo delle tifoserie e presunti episodi di violenza.
Lo stesso Coppola ha richiamato alla necessità, per chi svolge attività giornalistica, di rettificare tempestivamente eventuali informazioni rivelatesi inesatte, ricordando come anche le fonti possano trasmettere notizie incomplete, distorte o semplicemente sbagliate.
Ed è proprio su questo punto che diventa fondamentale una riflessione più ampia. In un periodo nel quale sempre più spesso vengono adottate limitazioni alla presenza dei tifosi negli stadi, fino alla chiusura di interi settori ospiti o alla disputa di partite senza determinate categorie di sostenitori, ogni notizia relativa a presunti episodi di violenza assume un peso particolare.
Per questo motivo, chi fa informazione ha il dovere di separare con la massima attenzione i fatti accertati dalle ricostruzioni ancora da verificare. Un racconto errato, soprattutto quando riguarda un presunto agguato o uno scontro tra tifoserie, rischia infatti di diventare un ulteriore elemento utilizzabile per giustificare nuove restrizioni alla mobilità dei sostenitori.
Il tema riguarda direttamente anche il rapporto tra sicurezza, libertà dei tifosi e provvedimenti delle autorità sportive e di pubblica sicurezza. In un contesto nel quale il mondo del calcio vive già una crescente limitazione della possibilità per i sostenitori di seguire liberamente la propria squadra, è ancora più importante che l’informazione non contribuisca, attraverso ricostruzioni non verificate, ad alimentare quella che viene percepita da una parte del movimento come una progressiva ghettizzazione del tifo organizzato.
La libertà di seguire la propria squadra non può essere separata dalla necessità di garantire la sicurezza, ma proprio per questo ogni eventuale provvedimento dovrebbe poggiare su fatti verificati e non su ricostruzioni successivamente smentite.
Nel caso specifico, dunque, la versione dell’agguato ai danni dei tifosi dell’Altamura non trova conferma nella testimonianza diretta riportata da Coppola. Prima di parlare di scontri, blocchi organizzati o violenza tra tifoserie, resta quindi fondamentale ricostruire con precisione ciò che è realmente accaduto.
Perché, soprattutto quando una notizia può avere conseguenze sulla libertà di migliaia di persone, verificare prima di raccontare non è soltanto una buona pratica giornalistica: è una responsabilità.




