L’io davanti al noi, anche così il calcio muore

C’è stato un tempo in cui il calcio era una cosa seria. Era considerato uno sport, spettacolo per tutti e non elitario. Nonostante questo, era comunque una cosa seria.

La crisi economica, la smania di voler vincere, ma anche la presunzione e il bisogno di apparire hanno portato nel calcio una nuova generazione di dirigenti.

Sono quelli dall’esonero facile. Sono quelli che usano il denaro come merce di scambio, come potere di acquisizione, ma più di tutto l’ago di una bilancia sempre più fuori fase. Una sorta di scacco sotto cui tenete gli addetti ai lavori.

C’era una volta il calcio di chi si sudava un posto di prestigio, di chi per entrare in società doveva aver lasciato sul campo sangue, sudore e giovinezza. E adesso? C’è una nuova generazione di fenomeni, non “chi ha paura di andare in seggiovia e si vergogna un po’” di cui cantavano gli Stadio, ma quelli che usano il contante come un ricatto.

Così nasce il nuovo calcio, quello di chi pensa di poter comprare la posizione, dimenticando che poi in fondo la competenza è l’ultimo giudice. Quello degli illusi, che credono che la passione per il pallone sia il sinonimo di saperlo gestire e praticare. Quello di chi “la gavetta non serve” e pensa che affiancarsi il nome ad un top club sia il passpartout per la credibilità.

Ed infatti, ormai, il calcio è in balia di chi ha svenduto la credibilità, la propria e quella di questo sport, per trenta denari, come Giuda in quella notte nel campo degli ulivi.

Cosa si vuole dire con tutto questo? Che dove c’era una volta Giovanni Agnelli, da tutti definito un grande presidente, proprietario e manager, dall’occhio lungimirante, dalla classe e dalla progettualità come punti di riferimento, siamo arrivati ai suoi antipodi. Il calcio non ha più una progettualità, non ha più un vero e proprio valore. La nuova classe dirigenziale pensa che per vincere basta creare una rosa, come riempire l’album di figurine Panini. Che la voglia di vincere, sia l’unico condottiero reale di una squadra. Non è così.

Come detto, il calcio ha bisogno di progettualità, ma soprattutto serietà. Nel 2021, con un anno di grandi successi e record alle spalle, non è più giustificabile nè ammissibile vedere una classe dirigenziale sfruttare lo sport come mezzo un videogioco personale. Non ha più priorità il noi, ma l’io. Un io che spesso diventa sinonimo di distruzione di una creatura che è appena venuta al mondo. Quello stesso io, che si fregia di merito salendo sui carri dei vincitori, ma che è altrettanto veloce a girare la spalle nel momento in cui la barca affonda.

Non è questo il calcio di cui un movimento come quello italiano, campano, ha bisogno. Piuttosto di un calcio di squadra. nel quale si comprenda che il soldo non è l’assoluto, ma solo una parte, seppur rilevante, di un macchinario che ha bisogno di ingranaggi perfetti alla situazione.

Ce ne sono stati tanti di dirigenti che partiti bene, alla fine, sono stati causa di un’implosione tale da dover abbandonare il posto, ma anche da costringere i presidenti ad un addio forzato. Dirigenti, che poi alla fine sembrano arrivati per caso nel mondo del pallone, ma che troppo raramente ne escono altrettanto facilmente. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio. Chiaramente parliamo di casi che stanno aumentando, ma che ancora non hanno del tutto sostituito la vecchia guardia di dirigenti che sorreggono, come la Statua della Libertà, la fiaccola di uno sport virtuoso e che anche nel piccolo regala senso di purezza e fa respirare quello sport che tanto amiamo.